BEETHOVEN, VIAGGIO AI CONFINI DELL'ANIMA
BEETHOVEN, VIAGGIO AI CONFINI DELL’ANIMA
«Venerate la sua insonne energia morale e non andate a cercare in lui la normalità» (Schumann)
di Luciano Nicchiarico
7 maggio 1824. Kärthner - Thor - Theater di Vienna. Sul podio a dirigere l’orchestra che per la prima volta si apprestava ad eseguire la Nona sinfonia in re min., un genio sordo, noto, al secolo ed a tutte le future generazioni col nome di Ludwig Van Beethoven, il Maestro, forse il più grande. Da diversi anni ormai l’udito del compositore era irrimediabilmente compromesso tanto che per comunicare con lui era ne-cessario scrivere sui famosi quaderni di conversazione. La direzione dell’orchestra era, in realtà, affidata al primo violino Schuppanzig, e soprattutto al maestro di cappella Umlauf, il quale tra l’altro aveva dato ordine ai musicisti di ignorare i gesti del compositore. La musica dunque iniziò e ciò che Beethoven aveva dinanzi agli occhi si trasformava tra le pareti della sua mente in musica sublime, sognata e vissuta quale unica via d’uscita da quell’ineffabile destino che lo aveva avvolto in un silenzio irreale. Ecco, quella era la sua u-nica certezza nel vedere un’orchestra che stava eseguendo note che vibravano solo tra le pieghe della sua anima ed era una certezza che mai lo aveva e lo avrebbe abbandonato in quell’itinerario terribile della Nona Sinfonia, bilancio di una vita, fino ad esplodere nell’inno alla gioia finale, che tradiva la sua immensa e generosa fiducia nell’uomo invitandolo alla speranza, alla fraternità. Improvvisamente i musicisti smisero di suonare ma lui, inconsapevole, continuò a girare le pagine del suo spartito e della sua mente, fino a quando uno dei solisti gli tirò la manica del-la giacca e lo girò verso la platea: il pubblico era in delirio per quella che nei secoli e nei se-coli verrà celebrata come la sinfonia, una delle più grandi opere che l’umanità avesse mai conosciuto. Immagino Beethoven lasciarsi sfuggire un sorriso carico di gioia e amarezza allo stesso tempo perché non si può non essere d’accordo con il critico musicale Armando Torno quando scrive: «La Nona che ascoltiamo nella realtà, con quei suoni che Beethoven si è immaginato ed ha elaborato lentamente è forse altra cosa. La vera Nona la conobbe soltanto lui e la suonò in sé e con sé mentre un’orchestra non accettava i suoi ordini». Così si realizza un e-vidente paradosso: se è vero che Beethoven non ebbe mai la soddisfazione di sentire ese-guite le sue ultime opere, è anche vero che forse il mondo non ha mai conosciuto la musica che Beethoven compose nella sua mente. Quella del lontano 7 maggio 1824 è una delle rarissime apparizioni in pubblico del compo-sitore nel suo ultimo decennio di vita, quello maggiormente avvolto nel mistero, quando l’udito era soltanto un terribile e doloroso ricordo che gli sventrava l’anima e lo rinchiuse in una solitudine assoluta. Mi son chiesto spesso, durante la mia lettura di appunti biografici su Beethoven, se la sordità avesse in qualche modo inciso sulla sua opera, e la risposta non può che essere posi-tiva. Lo stesso M. Solomon nella sua biografia sul compositore così scrive: «In quel suo mondo di sordo, Beethoven potè sperimentare nuove forme di esperienza, libero dai suoni invadenti dell’ambiente esterno, libero dai rigidi schemi del mondo materiale, libero come un sognatore, di combinare e ricombinare la sostanza della realtà, seguendo i propri deside-ri, in forme prima inconcepibili» Se basta chiudere gli occhi per immaginare cosa prova un cieco, non sarà mai sufficiente tapparsi le orecchie per comprendere il mondo di un sordo. La sordità è la condizione che più di ogni altra costringe ad una continua ricerca introspettiva, venendo a mancare quel ri-chiamo costante alla realtà che filtra idee, pensieri e sensazioni. Si vive in un universo di suoni e rumori immaginari, immersi in una realtà, gigantesco acquario impazzito, che rischia essa stessa di divenire immaginaria. Si è soli, dannatamente soli in un silenzio che offre po-che certezze e tanti tanti maledetti dubbi che martellano il cervello. Ma questo la gente non lo sa e probabilmente non lo vuol sapere e allora si deve o tacere o mentire, aggrappan-dosi ai propri ideali, se non si vuole affondare per sempre negli abissi del silenzio. Nel 1801 in una lettera al suo amico F.G. Wegeler, il trentunenne Beethoven così scrive: «Devo confessare che la mia vita trascorre miseramente; da circa due anni evito la vita di società perché non mi è possibile dire alla gente: sono sordo». Erano anni di grande tormento che unito al suo temperamento collerico ne facevano e-mergere un figura in lotta contro se stesso, irresistibilmente esposto alla tentazione di ar-rendersi di fronte al rinnovarsi monotono delle sofferenze, alla sua solitudine esasperata. Soltanto in altre due o tre lettere Beethoven accennò a quel calvario che, usando le sue stesse parole, lo avrebbe privato della «parte più nobile di se stesso». A partire dal 1810 non esiste alcuna lettera o documento, in cui Beethoven faccia riferimento alla sua avanza-ta sordità. Aveva scelto di tacere. La sua missione non poteva fallire. Guidato dalla sua straordinaria sensibilità artistica realizzò un viaggio oltre il tempo ed oltre lo spazio quale nessun altro artista, credo, riusci-rà mai a realizzare. La sua arte lo aveva salvato, consapevole che un giorno il suo genio gli avrebbe reso tutto. Si dice che Beethoven avesse segato le gambe del suo pianoforte e che suonasse disteso con l’orecchio sul pavimento per carpire meglio le vibrazioni, ma queste forse sono leggende destinate ad alimentare il mito di un genio sordo che ha donato agli uomini una musica im-mortale. Al contrario della sua musica, Beethoven incontrò la morte tre anni dopo quel famoso 7 maggio 1824, in perfetta solitudine ed in linea col suo destino di eroe tragico. Molti furono quelli che visitarono il compositore nei suoi ultimi giorni di vita (fra questi F. Liszt, Schu-bert, G. Rossini), ma pochi, pochissimi quelli che lo assistettero nella sua triste dimora della Schwarzpanierhaus (Casa degli Spagnoli neri). Tra quelle mura mi piace pensare che ancora oggi riecheggino le parole del suo Testamento: O uomini se un giorno leggerete queste mie parole, ricordate che mi avete fatto torto, e l‘infelice tragga conforto dal pensiero di aver trovato un altro infelice che, nonostante tutti gli ostacoli imposti dalla natura, ha fatto quanto era in suo potere per elevar-si al rango degli artisti nobili e degli uomini degni.
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