Problemi strutturali e problemi estetici
Nei primi anni di attività come Rolfer® ho lavorato in uno studio dove, oltre ad alcuni medici, c'era anche un reparto di estetica. Mi capitava spesso di trattare donne che avevano problemi di accettazione del loro corpo. Pur cercando di motivare tali persone al "sentire", all'"essere" invece che all'"apparire", mi rendevo anche conto che dei problemi estetici potevano essere la manifestazione di una sottostante profonda disorganizzazione. Cominciai perciò, tramite la sensibilità tattile e una valutazione più generale, a cercare possibili problemi strutturali in relazione a quelli che erano percepiti esclusivamente come inestetismi.
Alcune donne, per esempio, mi chiedevano come tonificare il doppio mento; vissuto come "rilassamento" del pavimento della bocca, sotto le mie dita non risultava tale: i tessuti rigidi e ispessiti mi facevano capire che una scorretta posizione delle vertebre cervicali provocava uno spostamento dell'osso ioide e un conseguente accorciamento dei muscoli sopra e sotto ioidei. D'altra parte, come vertebre cervicali non allineate in maniera appropriata non esistono da sole, ma sono in relazione col resto della colonna, fuori asse, così anche nella parte anteriore l'osso ioide provoca e/o risente della posizione del sacco viscerale.
Per aiutare il doppio mento non serve tonificare, ma è importante ridare lunghezza ai muscoli sopra e sotto ioidei e contemporaneamente riportare in posizione più corretta le vertebre cervicali. Ho anche riscontrato che rughe profonde (per esempio del collo) accompagnano l'accorciamento dei piani muscolari sottostanti.
Un inestetismo che affligge molte persone con il passare degli anni è la perdita di tono nella parte alta, interna, della braccia: questo è un sintomo evidente dell'iper-tono di tutta la muscolatura antagonista, dal deltoide al bicipite. In questi casi cercare di rafforzare la muscolatura più flaccida (il tricipite), può avere l'effetto devastante di chiudere eccessivamente l'articolazione, con tutti i problemi funzionali che ne possono derivare. L'unico modo profondamente efficace di affrontare la situazione sarebbe quello di rieducare il movimento per attivare nelle attività quotidiane la muscolatura tonica, che consente un movimento fluido, utilizzando quella fasica, di potenza, solo quando serve e cioè nel momento dello sforzo intenso, per brevi momenti.
In parecchie delle mie clienti la distribuzione del grasso era (ed è) sempre fonte di grossi disagi, anche in giovani donne, peraltro molto carine. Fondamentalmente mi trovavo davanti a due tipologie: c'è chi accumula grasso sulla parte alta, esterna, delle cosce (le cosiddette "culotte de cheval") e chi invece ha adipe sull'addome e in vita; in linea di massima potevo riportare queste tipologie ai modelli strutturali o di persone con bacino antiverso e una tendenza ad accentuare le curve fisiologiche della schiena (lordosi, cifosi), oppure con bacino retroverso e la tendenza ad una schiena anche troppo dritta e rigida.
Nel tipo del bacino retroverso le creste iliache tendono a essere più aperte, e le spine iliache anteriori più distanti tra loro, rispetto alla tipologia opposta. Ciò che mi ha colpito è che, nel primo caso, alcune persone appaiono realmente più corte al punto vita: sembrano passare senza soluzione di continuità dal torace alle creste iliache. Ci può essere una spiegazione bio-meccanica a un tale accorciamento? Se consideriamo che le creste iliache più aperte hanno un "momento" maggiore rispetto alle altre, significa che, per ogni movimento di rotazione del tronco sul bacino, o viceversa, è necessario uno sforzo maggiore da parte degli obliqui, interni ed esterni. Non sarebbe quindi possibile imputare questo mancato punto vita a un effettivo cronico accorciamento dei muscoli obliqui, sottoposti a maggior lavoro?
E mi sono chiesta: poichè l'accorciamento delle fasce degli obliqui condiziona anche il muscolo traverso dell'addome, questo insieme mio-fasciale accorciato e meno elastico non contribuisce a tenere in posizione posteriorizzata le vertebre lombari, in una colonna vertebrale che, nel tipo con bacino retroverso, già tende, di per sé, a una riduzione delle curve fisiologiche?
Proseguendo nelle osservazioni di tipo estetico, ho notato che quasi tutte le donne, a partire dai 35-40 anni lamentano un rilassamento dei tessuti nella parte interna alta delle cosce, che rimane nonostante i tentativi di tonificare gli adduttori. Ho osservato che nelle donne questo fenomeno è molto più evidente, probabilmente per la conformazione ossea del bacino e per la differente consistenza dei tessuti superficiali, meno aderenti al piano muscolare, differenza dovuta anche alla componente ormonale.
Ciò che mi ha lasciata sempre molto perplessa è che costantemente, in ambedue le tipologie, ho trovato esclusivamente tessuti che, nelle cosce, ruotano verso l'esterno.
Questo per me non aveva alcuna logica. Uno degli assiomi della dr. Ida Rolf, imparati nel mio training, era che i tessuti tendono a controruotare rispetto alla rotazione dell'osso sottostante. E ciò non si conciliava col fatto che la tipologia del bacino antiverso tende a portare, insieme alle creste iliache, anche i femori in rotazione interna, mentre il contrario accade col bacino retroverso.
Non trovavo un corrispettivo a livello dei tessuti delle cosce.
Alla fine un'idea: non potrebbero sommarsi gli effetti di due tendenze?
Cioè: oltre all'input dato all'organismo dal sistema cranio-sacrale, che sembra "fissare" tutto l'organismo in flessione (bacino antiverso) o in estensione (bacino retroverso), potrebbe esserci una tendenza di fondo dovuta al raddrizzamento della struttura, che ha portato i femori in rotazione interna. Le due cose possono tranquillamente coesistere. Questo assommarsi di più fattori è ciò che abitualmente riscontriamo nei corpi umani.
La spiegazione più logica per questa tendenza alla rotazione interna del femore l'ho trovata in uno dei libri di Marcel Bienfait: "Fisiologia della terapia manuale". Egli, partendo dagli scheletri ricostruiti nei musei, e rifacendosi alle rappresentazioni delle pitture rupestri, ricorda che i nostri progenitori apparivano come quadrupedi cabrati, cioè sollevati intorno all'asse trasversale, come cavalli che si impennano. Questo raddrizzamento ha messo in tensione i muscoli flessori anteriori, cioè gli psoas, dando origine alla lordosi lombare.
Ammettendo che ci sia questa rotazione interna di base, vuoi per un fatto evoluzionistico, vuoi perché il gruppo dei rotatori interni è più numeroso e, nel complesso, più potente di quelli esterni, cosa determina una diversa forma nelle gambe? La forza di gravità.
Se consideriamo il tipo "classico" del bacino retroverso, troviamo delle creste iliache aperte, che trasportano verso l'esterno anche la testa e il collo del femore; troviamo tuberosità ischiatiche ravvicinate: nel bacino il peso del tronco e della testa si scarica verso il centro, come in un imbuto, e scende con linee di forza maggiori nella parte mediana dei femori. Il peso non si scarica uniformemente sul piatto tibiale ma provoca una spinta maggiore sul bordo mediale.
Questa spinta potrebbe essere la causa delle ginocchia valghe.
Nel caso opposto penso che succeda l'inverso: le creste iliache sono più ravvicinate e il peso del tronco si distribuisce in misura maggiore anche lateralmente. Una diversa posizione nello spazio, sia del grande trocantere, sia del femore tutto, forse fa sì che il peso del corpo scenda più lateralmente e si scarichi sul bordo laterale del piatto tibiale più che sul bordo mediale. Questa spinta può dar luogo alle ginocchia vare (vedi disegno).
Tutto ciò potrebbe spiegare anche perché si trovano tante gambe non congruenti col resto della struttura: è sufficiente che un fattore di postura perturbi l'insieme, perché il peso si scarichi diversamente sul piatto tibiale, e la gamba assuma una forma diversa da quella pertinente alla tipologia strutturale.
Se si osservano le gambe da dietro, si può notare la tendenza di fondo dei femori alla rotazione interna, con i condili non allineati sul piano sagittale; se si osservano anteriormente, si vede come la rotula si sposta, spesso in senso opposto alla spinta del peso sul piatto tibiale.
I fenomeni coesistono e si sommano, non sono in antitesi o in alternativa.
Con il Rolfing® si può trattare questa tendenza alla rotazione interna, creando nuove linee di forza e di movimento che, nel tempo, possono mutare in modo considerevole la situazione.
E' importante considerare la tendenza di base del femore a ruotare internamente anche per riportare congruenza e omogeneità tra gli strati superficiali del corpo e quelli profondi.
http://www.rolfing-italia.it/
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