Leggete, e se volete votate, il mio racconto
AVVERTENZA Questo mio modesto racconto/testimonianza
(vedi l'allegato) partecipa ad un concorso letterario bandito dal sito on line KIMERIK. Se lo ritieni opportuno clicca sul link:
http://www.kimerik.com/sondaggio5/sondaggio.asp
cerca il mio cognome MOTTOLA e votami. Non vincerò quasi niente (un cd musicale ed un’intervista) ma saprò di avere qualche amico. Abbracci a tutte e tutti.
Oreste Mottola – cell. 338 4624615
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Mio Fratello di Oreste Mottola
(Ottobre/ novembre 1992)
Le sensazioni ed i ricordi ancora si affollano nella mia mente e non riesco a dare ad essi una forma ordinata, concreta, tant’è ancora l’emozione e soprattutto lo scoramento per dover essere costretto a scrivere al passato. Di me e di Te. Ho aspettato affinché tu potessi tornare e restare vivo tra noi con il tuo sorriso generoso. Ho immaginato tante volte la scena: la tua macchina che arriva veloce e come al solito si ferma con una brusca frenata, poi il rumore del freno a mano tirato energicamente. Apri la porta di casa, e - come facevi sempre - dimenticando di chiuderla, entri. Siamo un bel po' oltre la mezzanotte, io sono nel salotto davanti alla tivù per vedere gli ultimi tiggì. Tu -vedendo la mia faccia stupita e sorpresa - mi dici: “Eh, ve l’ho fatta. Non dire niente a nessuno. Voglio vedere le facce di tutti domani mattina”. No, purtroppo le facce di tutti noi portano ancora i segni del dolore, mamma e papà sono invecchiati di colpo. Renaldo e Turindo si sono buttati a capofitto nel lavoro.
Ho voluto prendere un po' di tempo per scrivere di te. Volevo togliere dai miei pensieri e dalle mie emozioni la fisicità di una perdita, il senso di una mancanza materiale, dell’impossibilità di corrispondere. Di litigare. Di amare. Di comunicare. Sto cercando di trovare dei modi per continuare a vivere io insieme a te. Può essere, questo, un qualcosa per inventare più agilmente e facilmente i motivi per andare avanti, continuare a vivere e a soffrire. Ad esistere. Per rendere omaggio ad una breve vita ricca di affetti, di generosità, di spirito di sacrificio, di dolcezza umana e di stile. Di allegria e di un istintivo senso dell’umorismo. Che odiava le usanze . Che amava i bambini, pieno com’eri di voglia di vivere, di combattere senza mai arrendersi, disperarsi, imprecare o maledire la sorte. Con l’ottimismo dei vent’anni. Innamorato dell’idea stessa della sfida.
Era arrivata a sorpresa solo per il calendario quella giornata dell’estate del 1992. Con la temperatura già alta nessuno di noi vi aveva fatto caso. E dalla nostra casa di Sgarroni si sentiva ora un fruscio d’ali, ora un cinguettio d’uccelli o si poteva vedere il silenzioso volo di una bianca farfalla. Davanti, a far da panorama prossimo biancheria stesa ad asciugare, solito vento sbarazzino giocante fra i rami e più forte sul cocuzzolo sul quale poggia la nostra casa, candide nubi in cielo sereno, dalla strada il rombo lontano di un motore... Ed un sabato sera da dedicare ad una pizza, una festa. Ti avevo visto per un intero pomeriggio lavare il tuo camion, poi nel corridoio al telefono con Paola. Ti lasciai così...
Turindo era andato a mangiarsi una pizza con gli amici e si troverà su quella maledetta Statale a Ponte Barizzo e ti vedrà morire. Renaldo stava con Ida a Reggio Emilia. Papà, mamma e Mario dopo la consueta dura giornata di lavoro, avevano guardato un po' la Tv e poi erano andati a dormire. Non è facile per me misurarmi con la tua figura. Tra noi c’erano dodici anni di differenza. La mia era l’ultima generazione che ricordava qualcosa del vecchio mondo contadino, che era andata anche tante volte ai Tenimenti a pascolare le capre. Che tiene ben impressa nella mente la Sgarroni attraversata da una precaria stradetta d’estate piena di polvere e d’inverno invasa da veri e propri fiumi d’acqua e di fango. La tua era già la generazione della tivù e della motorizzazione di massa. E tu amavi talmente tanto parlarne di ruspe, escavatori, trattori, automobili. Era il tuo mondo. Il mio, no. La mia testa era (ed è) attraversata fortemente da questo conflitto lacerante tra il mondo agreste e le tecnologie. La zappa ed il computer. Distruggere e conservare. Sperare nel nuovo che potrà portare il Parco Nazionale del Cilento, il turismo, l’agricoltura di qualità. Fantasie... Ma al Nord hanno già i soldi mi dicevi. Questo mio stress ed inquietudine non ti appartenevano.
Sai, quella notte e quella terribile prima mattinata del 21 giugno io le ho attraversate volando. Non ricordo. Ho dentro di me solo la corsa verso l’Ospedale di Battipaglia senza sapere cos’era successo. Turindo che mi annuncia - proprio là davanti - che tu te n’eri andato e poi Antonio Guerra che mi tira dentro la sua macchina- prima che io stramazzi a terra - e subito dopo in un bar della Variante tenterà di farmi bere una camomilla. L’entrata in quel bar ebbe qualcosa di surreale. Un fratello ti ha appena detto che hai perso un fratello e l’amico premuroso ti costringe ad entrare e tu - che non hai la forza per argomentare un rifiuto e che tenti di aggrapparti a mille specchi per conservare un minimo di comportamento normale. No, dopo qualche sorso bevuto diventando un automa sono ritornato in me... e una lama affilata è entrata dentro il mio corpo. Forse lì mi sono reso conto per la prima volta di quel ch’era successo. Poi, usciti dal bar e tornati nella macchina il pensiero corse velocemente a papà e mamma, chissà dov’erano. Quella mezz’ora da Battipaglia ad Altavilla è diventata interminabile. I pensieri più strani affollavano la mia mente. Sono questi frangenti che ti fanno davvero fare i conti con la tua vita. Poi l’arrivo a casa, i parenti già quasi tutti lì e quelli che mancavano alle 3 - 4 di notte, zio Turindo li chiamava tutti ed io sentivo e potevo immaginare la sorpresa di chi veniva strappato dal sonno da quella notizia... Ma fino alle 6 sembrò tutto un sogno, poi con il giorno la tragedia cominciò a disegnarsi nelle sue orrende fattezze.
Il vuoto - assoluto ed irreversibile - per me è cominciato da quell’ultima volta che ti ho visto, purtroppo inanime, al centro tanatologico dell’Ospedale di Battipaglia. Eufemismo, per dire semplicemente obitorio. L’illuminazione consisteva in scarsi e freddi tubi al neon. Intorno a te c’erano salme che segnalavano vite finite nel modo più disparato e disperato. Non era stato fatto alcuno sforzo per rendere allegro l’ambiente. D’altronde sia chi giaceva sui letti di marmo che chi andava a riprendersi i corpi aveva ampiamente superato il punto in cui l’apparenza poteva ancora servire da consolazione. Mentre ero lì ebbi la netta percezione della irreparabilità della perdita. E scoppiai in un pianto a dirotto. Credo d’aver perso in quel momento qualsiasi percezione del tempo. Ma per quanto può bastare piangere? E poi lo strazio di andarti a scegliere la bara. Non la dimenticherò nelle poche ore che sostò qui a casa tua. Con i miei sforzi penosi per convincermi - mentre la guardavo- che tu ti eri trasformato in quei bellissimi fiori che la tua Paola aveva voluto metterti sopra.
Tu fosti uno degli ultimi a nascere in casa. Poi venne la serie delle cliniche. Era l’1 febbraio del 1972 nell’abitazione più vecchia della contrada Sgarroni, quella che era già stata dei nostri avi, di nonno Rosario e poi nostra. Dai balconi e dalle finestre di quella casa si vede l’Alburno maestoso, un bel po' della striscia azzurra del Calore, la bella collina della Tempa della Guardia. Venisti su da sempre con un carattere indipendente e vivace. Avevi gli occhi vispi, luminosi, pieni di curiosità e di naturale intelligenza. A questo aggiungevi un’aria sbarazzina e scanzonata, da scugnizzo. Ho dentro di me alcune scene. Quella sera del terremoto del 1980, quando tu con papà foste gli ultimi a capire di che si trattava e solo dopo varie urla usciste tutti e due fuori dalla cucina. E quell’altra volta che tu che appena appena ti muovevi da solo (avevi due/tre anni) quando ti trovarono che già eri a metà del guado del fiume Calore perché ti eri accorto che dall’altra parte c’era Renaldo e volevi andarlo a raggiungere. Ed in questo fatto c’erano i tratti del tuo carattere. Ed era quasi una predestinazione. Non ti piaceva stare fermo ed avevi la risposta pronta per tutto e tutti. Sai, mi ricordo bene l’ultima volta che abbiamo discusso. Doveva essere il 5 o il 6 giugno. La campagna elettorale di Altavilla stava finendo e tu mi annunciasti - in anticipo - che mi sarebbe andata male. Lo vuoi capire si o no che devi farti i bigliettini con il tuo nome e girare casa per casa. La prossima volta voglio mettermi io e farò così. Voglio vedere... Era difficile farti capire il mio spirito decouberteniano. Dell’importante è partecipare . Tu volevi subito vincere. Ma la sorte e le coincidenze non vollero ed interruppero la tua rincorsa.
ALCUNI COMMENTI DI AMICI E LETTORI...
Il racconto è struggente e la storia, purtroppo, è di quelle che lasciano un segno. Decido di votarti così: 10 e lode. Sergio Carrozza
Caro Oreste ho letto sulla posta di Angelo le pagine che hai scritto ricordando i momenti più terribili della tua vita. E' la pagina più vera, più triste, più bella, più coinvolgente che abbia mai letto. NON è giusto che un figlio muoia prima dei genitori, che un ragazzo muoia a vent'anni, lo so. Sarebbe retorica dirti che non devi soffrire, né posso dirti sinceramente che c'è un al di là dove rincontrarlo, vorrei poterci credere. Perché scriverti allora, per dirti che hai degli amici perché ho pianto e ti ho immaginato in quel momento: posso dirti solo che egli resterà sempre giovane, nei vostri ricordi, con la voglia di vincere, con la sicurezza che aveva e non ha avuto il tempo di perdere, perché lo sappiamo le sconfitte e le delusioni la vita non può risparmiarcele. Andiamo avanti e cerchiamo di coglier i momenti belli della vita. Portalo con te tuo fratello con la sua voglia di vincere. Enza
NUMERO 1 - Caro Oreste, confesso che ho impiegato un bel po' a leggere il tuo diario, non pensavo affatto a quanto dolore ed amore ci fosse nelle tue parole. Penso sempre che la morte non è altro che la continuazione della vita, ma è sempre dolorosa ed ingiusta ed il dolore che ci procura la scomparsa di una persona a noi cara è immenso, tanto da volere essere sempre gelosi custodi e non capire che attorno c'è un mondo che soffre quanto noi o più di noi, ammiro il tuo coraggio a volerlo raccontare e a ricordare. "C'è una terra per i vivi e una terra per i morti, e il ponte è l'amore, l'unica sopravvivenza, l'unico significato". Th.Wilder
NUMERO 2 –
Caro Oreste, ho impiegato alcuni giorni per aggiungere il mio pensiero al tuo diario blog, che ci metteva di fronte al tuo dolore e al ricordo ancora vivo di un fratello tanto amato la cui vita fu una continua sfida. Per deformazione professionale, forse, mi fido del mio intuito circa quello che può essere il complesso di sentimenti che attraversa l'animo umano e siccome con il tuo scritto, hai voluto rendere partecipe gli altri di un pezzo della tua interiorità, mi sono sentita particolarmente coinvolta nel collegare questo importante pezzo di verità a un'idea: quella che, senza necessariamente formulare verbalmente, avevo plasmato per te. Ho pensato al tuo viso, alle tue espressioni, al tuo tono di voce; ho messo in relazione quella piega amara fatta di ricordi e tenerezza che a volte traspare sul tuo volto.
Fulvio
anch'io ho perso mio fratello in un incidente d'auto, molti anni fa - per diverso tempo ho vissuto senza riuscire a fare progetti a lungo termine, e vivendo giorno per giorno cercando di godere dell'effimero; da qualche anno ho sentito che la maniera migliore per aiutarlo è essere veramente felice - la relazione rimane e così la mia felicità è anche la sua. Io ho maturato questa percezione attraverso la pratica del buddismo di NIchiren Daishonin. Non è un tentativo di conversione, del resto questo buddismo si diffonde attraverso il contatto tra le persone, non con l'uso dei media. Ma mi sembrava giusto dare un piccolo contributo. Saluti a tutti. Fulvio
Oreste, hai descritto dolore e ricordi in maniera meravigliosa. Mi hai fatto ricordare la scomparsa di mio padre, che ho vissuto in circostanze analoghe. E' un dolore che non finirà mai, una ferita che non si rimargina. E' vivo nei nostri ricordi, per questo non è morto, lo diceva S. Agostino. Se hai fede, questa potrà aiutarti. Lucio
Caro Oreste, me ne hai parlato una volta in redazione e mi hai detto che la cosa ti stupiva perché non ne parlavi mai. Ne fui felice, perché credo che il condividere sensazioni, emozioni, dolori... possa aiutare, soprattutto quando la ferita stenta a rimarginarsi, perché il dolore è insostenibile... le tue righe mi giungono dritto al cuore, perché ho una sorella che adoro e , nonostante le varie incomprensioni, forse inevitabili, mi reputo davvero fortunata... sono felice che tu ne abbia scritto... da ciò che ho letto è un modo per "elaborare" il lutto... spero che tu abbia trovato la tua pace... e le tue risposte. Con affetto Claudia
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