Elezioni regionali calabria 2005. agostino varone
| Agostino VARONE UNA SFIDA PER LA CALABRIA Idee e proposte per costruire la nuova regione • PEGGIORA LA VITA DEI CALABRESI Il rapporto Calabria della Banca d’Italia segnala un sensibile rallentamento dell’economia. Tutti gli indicatori economici segnalano la Calabria come la regione più povera d’Italia. Il 29,8% delle famiglie calabresi vive in una condizione di povertà, contro una media nazionale che si attesta sull’11%. La Calabria risulta all’ultimo posto della triste classifica di recente stilata dall’Istat, distaccata di ben 26 punti dalla regione più ricca. L’introduzione di un ticket regionale sui farmaci, lungi dall’alleggerire in qualche modo il gravissimo deficit della spesa sanitaria, ha costituito un ulteriore esempio della politica antipopolare della giunta regionale che, ovviamente, ha comportato un ulteriore impoverimento per i calabresi. Tra le cause della peggiorata situazione economica delle famiglie, vi è senz’altro il sensibile innalzamento di alcune tasse e imposte regionali e comunali (IRPEF, tariffe servizi comunali, ecc.), che negli ultimi ha creato una situazione per cui la Calabria è oggi la regione italiana dove si paga, ad esempio, la tassa automobilistica più alta. La Calabria, inoltre, è una regione classificata dall’Unione Europea come in “ritardo di sviluppo”. Ciò significa che i cittadini calabresi hanno subito l’ingiustizia di avere, nel corso degli anni, un livello di benessere più basso degli altri cittadini italiani ed europei. L’elevato tasso di disoccupazione, il basso reddito pro-capite, il debole sistema produttivo, il basso grado di apertura verso l’estero e la cronica carenza di infrastrutture costituiscono le manifestazioni di questo ritardo. Gli allarmanti dati che si riferiscono alla disoccupazione sottolineano, anche in questo caso, una cronicità che negli ultimi anni è andata peggiorando. Il tasso di disoccupazione, che si attesta intorno al 26,8%, è il più alto d’Italia e tra i più alti in ambito europeo. L’industria in Calabria continua a riunire poco più di 10.000 imprese a cui corrispondono circa 37 mila addetti e l’11% delle aziende operanti nella regione. Inoltre, i processi di crisi industriale e di deindustrializzazione hanno affossato il fragile tessuto produttivo esistente in alcune realtà (San Gregorio, Praia a Mare, Castrovillari, Gioia Tauro, Saline Joniche, Crotone, ecc.). Uno dei nodi del mancato sviluppo della Calabria appare allora l’incapacità dimostrata negli anni di governare in maniera efficiente le risorse e i processi produttivi. Le scarse prospettive offerte ai calabresi dal governo nazionale e regionale hanno costretto negli ultimi anni ben 300.000 calabresi a ricercare fuori regione la possibilità di un futuro dignitoso. Il preoccupante persistere di un forte processo di nuova emigrazione soprattutto intellettuale continua a rappresentare un pesante messaggio di sfiducia verso la nostra regione. La Calabria appare, quindi, come una regione in forte ritardo di sviluppo, con indicatori di reddito bassissimi rispetto alle medie europee e che tuttavia non presenta differenze nei modelli di consumo. Ha un elevatissimo tasso di disoccupazione e presenta una struttura economica debole, un settore manifatturiero quasi marginale e un settore dei servizi elefantiaco, costituito in maggioranza da imprese che operano nei settori tradizionali. Lo scambio con l'estero è relativamente limitato, la capacità di apertura dell'economia calabrese è modesta, i prodotti del sistema produttivo non hanno livelli di competitività tali da poter penetrare i mercati esteri. Gli effetti negativi delle scelte economiche e sociali del governo nazionale di centrodestra, impegnato nella scientifica cancellazione di tutte le misure a sostegno del possibile sviluppo della Calabria e del Mezzogiorno, si sommano a quelli dovuti alla perdurante incapacità politica di Chiaravalloti, della sua Giunta regionale e del centrodestra, dimostratisi nei quasi quattro anni del loro mandato totalmente incapaci ed inidonei a portare avanti un progetto serio e coerente per la promozione di uno sviluppo legato alle risorse umane e materiali del territorio. • LE INFRASTRUTTURE RIMANGONO ARRETRATE E INADEGUATE Le infrastrutture, che rappresentano la condizione primaria per promuovere lo sviluppo, sono caratterizzate da un livello assolutamente scadente. La dotazione infrastrutturale è più bassa della media italiana in relazione a quasi tutte le tipologie di infrastrutture materiali e immateriali. Mentre per l’autostrada SA-RC si stanno ancora portando a termine i lavori di ammodernamento decisi e finanziati dal governo dell’Ulivo, l’adeguamento e la trasformazione funzionale della Statale 106 non trovano risposte da un centrodestra che anzi ha definito un “Accordo di programma quadro” che cancella questo straordinario e fondamentale obiettivo, e che distribuisce a pioggia le risorse senza produrre il benché minimo risultato. In Calabria continua a mancare una politica portuale e aeroportuale che sia in grado di integrare in un unico sistema le diverse porte d’accesso della regione. Le infrastrutture trasportistiche di rilevanza regionale non sono ancora considerate risorse dell’intero territorio calabrese. La Giunta regionale non è stata in grado di impedire la “fuga” dalla Calabria di Trenitalia che, non solo non ha investito per potenziare la rete ferroviaria attuale e programmare in maniera concreta il servizio di “alta capacità” sulla linea tirrenica, ma addirittura condanna un territorio dinamico come il versante jonico alla soppressione di alcuni fondamentali treni a lunga percorrenza. La Calabria, che oggi dispone ancora di una sola autostrada, continua a non garantire a tutti i cittadini un pieno diritto alla mobilità. Manca ancora una versione aggiornata del Piano regionale dei trasporti e, conseguentemente, ogni settore economico risente di una serie di difficoltà infrastrutturali che in questi anni sono andate peggiorando, facendosi sentire maggiormente nei contesti territoriali dove pure si registra un certo dinamismo, e che avrebbero bisogno di un “sostegno” materiale che invece non trovano. In questi anni la Regione, vittima anche dell’incapacità di riuscire a completare l’Interporto regionale di Gioia Tauro, ha saputo soltanto arroccarsi dietro una posizione di accettazione propagandistica del progetto del Ponte sullo Stretto. A fronte del completo fallimento sul piano delle politiche infrastrutturali, l’insistenza a favore del ponte rappresenta il paradigma di un modello di sviluppo che ripropone le politiche e le logiche del passato che pensavamo ormai superate e dimenticate (cattedrali nel deserto, opere inutili e faraoniche, sperpero di denaro pubblico, ecc.), che hanno l’effetto di riproporre in Calabria un tipo di “programmazione emotiva” che, dietro gli annunci roboanti, nasconde obiettivi spesso inconfessabili di potenti lobbyes. L’ovvio effetto di questo mix di interessi di tecnici e politici, “scatenatosi” a favore del ponte inutile e dannoso, è quello di distrarre ingenti risorse che, invece di sostenere senza alcuna utilità pubblica i meccanismi messi in piedi dall’ “esercito della prefattibilità”, potrebbero essere destinate alla creazione di un diverso modello di sviluppo completo in un’area regionale strategica. In tal modo, inoltre, viene sviata in maniera scientificamente organizzata l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri punti focali della crisi calabrese. In modo irresponsabile e utilizzando tecniche insopportabili (elargizione di elemosine, ecc.), infine, si tenta di costringere le popolazione locali e gli enti territoriali interessati a sopportare la progettazione di opere a loro ostili e contro cui si stanno battendo con mezzi democratici. In Calabria, gli interventi contemplati nell’APQ sulle Infrastrutture sono stati ancora una volta concepiti senza prevedere la copertura finanziaria necessaria per il completamento delle opere. Nel futuro, quindi, sarà estremamente probabile la moltiplicazione delle opere iniziate e mai completate, fenomeno che in Calabria abbiamo tristemente conosciuto nei decenni passati. LA MIA CALABRIA: • AUMENTARE IL PIL E COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE L’economia calabrese, se opportunamente governata, ha la capacità potenziale di annullare in pochi anni il gap che la separa dalla altre regioni avanzate dell’Europa Occorre quindi promuovere e guidare processi di crescita e politiche di sviluppo in grado di accrescere la dotazione di risorse materiali e immateriali della regione, governando i processi di produzione in maniera ottimale. Per non ripetere gli errori del passato e avviare circoli virtuosi di sviluppo occorre, allora, avere il coraggio di progettare lo sviluppo con una filosofia nuova. Questa filosofia non può che essere quella dello sviluppo endogeno. In questo contesto lo sviluppo diventa una capacità complessiva di un sistema locale che diviene in grado di intuire e governare il cambiamento, incorporando innovazioni e rendendole compatibili con il know-how preesistente e di proiettare il mercato locale in una dimensione nazionale ed internazionale. L'approccio dello sviluppo endogeno fa perno sulle opportunità di crescita delle capacità imprenditorialità locali e sui sistemi di accesso alle innovazioni tecnologiche ed organizzative in un quadro di promozione complessiva di vantaggi competitivi. Occorre avere le capacità di sostituire gli investimenti esogeni e gli incentivi finanziari con azioni mirate a rendere sistemico ed efficiente l'ambiente locale. Bisogna investire nel capitale umano, nella ricerca a sostegno dello sviluppo e creare azioni di cooperazione fra organizzazioni locali ed esterne. Diventa urgente implementare i servizi alle imprese, dotando il sistema istituzionale di reti di cooperazione, recupero ambientale, politiche territoriali ed urbane che valorizzino le risorse locali. In questo modo i calabresi saranno ancora più pienamente e compiutamente cittadini europei. La riduzione della disoccupazione, di conseguenza, diviene uno dei principali obiettivi della politica economica, tenuto conto che essa non costituisce solamente un problema dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale e umano. Occorre, quindi, porre il tema del lavoro e dell’occupazione al centro delle strategie per lo sviluppo, delineando le linee di innovazione della strumentazione esistente in materia di lavoro, raccordandole alle azioni previste dalla programmazione delle risorse comunitarie e in particolare del FSE, finalizzando ad obiettivi concreti di occupabilità le politiche per la formazione e per l’istruzione e la programmazione delle risorse FSE 2000-2006. La Regione deve puntare a formalizzare un pacchetto straordinario di strumenti operativi che si proietti in avanti e che nel contempo consenta di affrontare le emergenze occupazionali di cui i calabresi soffrono da lungo tempo. Premessa indispensabile è che si produca il più ampio coinvolgimento delle parti sociali e che, prima di tutto, venga compiuto un grande sforzo istituzionale per portare a sintesi e orientare a risultati concreti le ipotesi di intervento che scaturiscono da diversi tavoli programmatori. Lo sviluppo della regione Calabria ha bisogno di coerenze programmatiche e di unità di intenti. Le politiche del lavoro non dovranno più essere collegate, semplicisticamente, alle tante questioni che scaturiscono dalle emergenze occupazionali ma, piuttosto, dovranno essere considerate il complemento indispensabile per governare i processi di cambiamento e di innovazione che, auspicabilmente, dovranno caratterizzare la regione nei prossimi anni. Tenuto conto che la disoccupazione è la patologia più grave della società calabrese, il fattore che più di tutti contribuisce alla riproduzione della bassa qualità degli assetti sociali e istituzionali nonché della cittadinanza e della stessa democrazia, è possibile porvi rimedio solo adottando un insieme coordinato e integrato di azioni che pongano in primo piano l’inscindibile nesso tra politiche del lavoro e politiche per lo sviluppo. Si tratta, innanzitutto, di assicurare la crescita delle risorse umane e delle competenze, di governare i processi di transizione all’interno di un sistema produttivo che cambia rapidamente ed è inserito in processi di crescente globalizzazione; di garantire alle imprese strumenti adeguati per incrementare la produttività senza che questo si traduca in costi sociali inaccettabili. • LO SVILUPPO DEI SETTORI STRATEGICI FONDAMENTALI La crisi storica in cui versa il settore delle attività produttive, ovvero la piccola e media impresa calabrese, va affrontata con forza e decisione. Per lo meno, occorre puntare immediatamente alla corretta utilizzazione dei fondi disponibili, alla riconversione, ove possibile, del tipo di produzione, adeguandolo alla vocazione e alla richiesta del territorio e del mercato, utilizzando con efficienza sociale le risorse umane e naturali. Tutto questo deve avvenire in modo da consentire un migliore radicamento e legame con le risorse umane e naturali del territorio, al fine di permettere, soprattutto, anche un loro consolidamento sociale ed economico. Le stesse imprese devono essere sostenute per permettere loro di raggiungere quella dimensione economica, unica in grado di garantire il raggiungimento degli standard necessari per il loro sviluppo, e quella capacità adeguata e indispensabile per la naturale competizione nel mercato. Tale impostazione vale soprattutto per ciò che riguarda la naturale vocazione territoriale presente in Calabria, ovvero per le imprese agricole e turistiche che oggi sono di dimensioni e in quantità del tutto insufficiente e, oltretutto, sono mal supportate dal sistema. Una politica di sviluppo del settore manifatturiero può partire soltanto se si tengono ben presenti i suoi punti di debolezza. La dimensione media bassissima, la sottocapitalizzazione, la scarsa apertura ai mercati, sia nel senso di ridotta competizione che nel senso di limitatezza dei mercati di sbocco, ed i limiti di carattere organizzativo sono alcuni degli elementi che spiegano l’arretratezza strutturale del settore. Il venire meno nel tempo dell’industria esterna (in particolare, di quella pubblica) ha contribuito a indebolire un settore dell’economia nel quale le risorse locali, sia finanziarie che umane, appaiono sostanzialmente asfittiche. Nell’epoca della globalizzazione e dell’economia digitale, è ancora possibile vincere la scommessa del decollo del tessuto manifatturiero calabrese. La convinzione di fondo è che non nascono sistemi economici solidi, se non si compiono tutti i passaggi “tipici” della parabola di crescita dell’economia. La convinzione che da un’economia rurale si potesse fare il salto verso la società dei servizi appartiene al passato. Il contributo che il settore manifatturiero fornisce alle economie locali rimane pertanto cruciale. Indipendentemente dalla dimensione relativa, che può anche essere limitata, i sistemi economici territoriali che si vuole sviluppare in Calabria hanno forte necessità di un robusto comparto manifatturiero. Attorno a questi possono nascere quelle esternalità che i sistemi industriali locali, dai semplici addensamenti di imprese ai veri e propri distretti, producono in termini di capacità organizzative, reti di conoscenza, cultura di impresa e di mercato. Le politiche industriali sono un elemento fondamentale delle politiche di sviluppo ed un elemento di rottura fondamentale per incidere sul ritardo di sviluppo. I danni prodotti da questa Giunta per l’incapacità di cogliere ed incoraggiare le tendenze positive dell’economia con adeguate politiche per creare lavoro, per incentivare la creazione di nuove imprese e per aumentare la competitività di quelle esistenti, rischiano di far perdere alla Calabria il treno dello sviluppo. Sono mancati completamente gli interventi per incentivare l’innovazione e la ricerca, fondamentali per aumentare la competitività. Gli obiettivi cui deve ispirarsi l’azione politica pertanto sono: a) La valorizzazione delle risorse ambientali che, estesa ad altri ambiti fuori dalla sfera meramente economica, significa considerare l’ambiente come prodotto e forza trainante dello sviluppo, capitale territoriale che garantisce competitività e sviluppo sostenibile. b) La competitività territoriale per rendere massima la capacità complessiva di valorizzare l’ambiente da parte degli attori locali, anche intervenendo strutturalmente sui patrimoni immobiliari, per il potenziamento della fruizione delle testimonianze storiche, poichè il valore di un territorio rimane determinato dalla consapevolezza che i soggetti locali hanno della necessità di tutelare e rinnovare i patrimoni. c) Lo sviluppo integrato: turismo, territorio, ambiente Il rafforzamento del settore turistico oltre a far leva sulle indubbie potenzialità ancora non adeguatamente sfruttate del turismo marino, dovrebbe puntare sulle potenzialità di fruizione turistica delle località caratterizzate da particolari valenze. Grazie alle condizioni di contesto è possibile, ma soprattutto auspicabile, ipotizzare forme di turismo dolce per un target specifico di domanda rivolto essenzialmente alle peculiarità naturalistico-ambientali e culturali, comprendendo tra queste le specificità storico-testimoniali e tradizionali. Nei prossimi anni, dunque, si tratta di lavorare su due assi vincenti come l’ambiente e la cultura che comportano necessariamente un forte livello di interazione tra ospitalità, servizi e infrastrutture. L’elemento fondamentale per la realizzazione di un processo di valorizzazione del territorio è rappresentato pertanto dalla creazione di un sistema turistico d’area, concepito come lo sviluppo di singole attività, tra loro integrate e sistematizzate in una logica di rete, e individuando nei centri ricadenti nell’area i poli strutturali, secondo un programma di riqualificazione e potenziamento complessivo dell’offerta turistica, che va dalla dotazione di servizi, alla riqualificazione dei tessuti urbani e dei contesti ambientali e sociali. Tra le “risorse valorizzanti” più significative, e cioè in grado di scatenare processi di valorizzazione territoriale, sono il patrimonio storico-architettonico; il patrimonio naturalistico-ambientale; le tradizioni culturali. Un settore importante da valorizzare è quello dell’agricoltura che soffre di un forte declino perché non viene più considerato “settore economico strategico”. L’agricoltura in Calabria deve continuare a giocare un ruolo importante e, innanzitutto, può contribuire all’indispensabile presidio del territorio e ridurre quindi il rischio di dissesto idrogeologico, evitando inoltre lo spopolamento delle aree rurali. Può, inoltre, costituire una interessante attività produttiva, soprattutto, nei comparti dell’olivicoltura, del bergamotto, della viticoltura e della produzione degli agrumi, settori in cui la Calabria può ottenere buoni livelli di efficienza e di competitività. La Regione deve coordinarsi in un impegno col governo per la tutela in sede europea delle produzioni tipiche del mediterraneo. La necessaria riscrittura della Politica agricola comunitaria deve vedere coinvolta la Regione, che con i suoi uffici ha bisogno di programmare una nuova funzione del sostegno al settore, per garantire la produzione di qualità e la moralizzazione del settore. • LE INFRASTRUTTURE MATERIALI E IMMATERIALI CHE SERVONO. • NO AL PONTE SULLO STRETTO. • SI ALLA POLIFUNZIONALITÀ’ DEL PORTO DI GIOIA TAURO, SI ALLA 106 E AL POTENZIAMENTO DELLA FERROVIA NELLA JONICA. Le infrastrutture rimangono le determinanti dello sviluppo. Da queste dipendono le possibilità di produzione e di valorizzazione del territorio calabrese. Occorre fare esprimere alla Calabria in pieno il suo potenziale di sviluppo, proprio a partire dal sostegno ad una vera politica regionale delle infrastrutture. Il sistema produttivo calabrese non può crescere se non nella interconnessione tra le reti tradizionali e le infrastrutture immateriali costituite dalla dotazione di conoscenze tecnologiche e risorse culturali locali. Gli interventi dovranno tenere conto del fatto che nessun intervento organico è stato fatto per dotare la regione di infrastrutture immateriali, tentando di riprodurre i vecchi schemi di infrastrutturazione fisica selvaggia. Occorre ribaltare un approccio che denota grossi limiti culturali. Non è certo la semplice infrastrutturazione selvaggia, come quella che caratterizzava i passati interventi a favore del Mezzogiorno e della Calabria in particolare, che si rivela oggi via prioritaria allo sviluppo. Una politica delle infrastrutture deve pertanto puntare a rendere sistemico e vivibile l’ambiente sociale ed economico, sviluppando le sinergie, le vocazioni caratteristiche, le esternalità di rete. In uno scenario in cui è necessario non solo produrre informazioni e conoscenze, ma anche capacità di governo, diviene essenziale una nuova presa di coscienza delle comunità e del contesto sociale che la Regione deve mettere nelle condizioni di essere il motore principale dello sviluppo. La metodologia della programmazione negoziata ha indicato come vincente la filosofia di uno sviluppo che comincia a crescere dal basso e che si concretizza in interventi infrastrutturali leggeri, tesi al recupero del senso di cittadinanza, della qualità della vita, della capacità di cooperazione. Obiettivo delle politiche di sviluppo sarà, quindi, quello di accrescere la dotazione di risorse materiali e immateriali di una regione e governare i processi in maniera ottimale poichè non basta ricevere incentivi e risorse finanziarie se poi manca la capacità di governo. Se le infrastrutture inutilizzate altro non sono che una catena di cattedrali nel deserto, nella nuova cultura politica che deve imporsi le infrastrutture devono essere funzionali al territorio e al suo modello di sviluppo. Bisogna dunque evitare l’eccesso indiscriminato di offerta di dotazione infrastrutturali, privilegiando quelle che hanno un’elevata utilità sociale e alti benefici. L’impegno nella battaglia contro il Ponte sullo Stretto deve diventare sempre più la bandiera del riscatto e della dignità dell’altra Calabria. Il centrosinistra prevede nel proprio programma l’uscita della Regione dalla Società “Stretto di Messina”, con la cessione del 12,5% delle quote di proprietà. Le risorse pubbliche che Berlusconi vorrebbe utilizzare per la costruzione del Ponte vanno invece destinate a finanziare e realizzare un piano di opere, infrastrutture e servizi che servono alla Calabria e alla Sicilia e che possono aiutare nello sforzo comune per uscire dalla dipendenza e dal sottosviluppo. Tra queste per il nostro territorio ricordiamo la necessità di un forte impegno per la realizzazione di una nuova S.S. 106 Reggio Cal.-Metaponto, per il potenziamento della linea ferroviaria RCTaranto, per l’alta capacità ferroviaria sulla linea Battipaglia-RC, per l’ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, per il completamento della linea ferroviaria Cosenza- Sibari, per lo sviluppo e l’ammodernamento della rete portuale ed aeroportuale della regione. Un menzione particolare merita il porto di Gioia Tauro che può svolgere un ruolo chiave per lo sviluppo dell'intero sistema dei trasporti calabrese: la sua affermazione come terminale di transhipment egemone nel Mediterraneo potrebbe contribuire a ridefinire su base gerarchica il ruolo degli altri porti regionali e di quelli italiani. Gioia Tauro ha assunto una funzione propulsiva nei confronti degli altri scali italiani nel commercio marittimo internazionale, contribuendo a valorizzarne il ruolo in rapporto alle caratteristiche strutturali, dimensionali e organizzative. Gioia Tauro non può limitare le sue attività al transhipment ma, in un’ottica ampia, il porto deve essere connesso con il territorio regionale, una sorta di piattaforma al servizio della Calabria. Gli obiettivi, pertanto, devono essere in linea con la tendenza moderna che punta a una concezione logistica integrata dei trasporti marittimi, con il porto-terminal intermodale quindi che deve essere messo nelle condizioni di legarsi al territorio continentale attraverso modalità di trasporto alternative a quella marittima. Gioia Tauro, possedendo aree attrezzate che per dimensioni non hanno eguali nel mondo, deve giocare il ruolo di volano dell’economia regionale perché è il microcosmo dei sistemi tradizionali e innovativi. La zona franca manifatturiera di diritto europeo diventa pertanto l’intervento in grado di valorizzare tutte le caratteristiche che l’area attualmente possiede. L’impegno per la valorizzazione del porto di Gioia Tauro va poi connesso con la scelta di creare un apposito collegamento con la Sicilia, sviluppando il sistema delle “autostrade del Mare” come strumento privilegiato per uno sviluppo dei trasporti più sostenibile dal punto di vista ambientale e più efficiente dal punto di vista economico. Il porto possiede caratteristiche tecniche che possono farlo diventare un centro d’attrazione dei traffici turistici via mare. L’idea ed il modello che fa leva su Gioia Tauro come strumento straordinario per lo sviluppo dell’intera regione è alternativa e contrapposta al modello e alla logica del Ponte sul Stretto. • LAVORO PER I DISOCCUPATI E PER I GIOVANI CALABRESI Per affrontare la natura complessa del problema della disoccupazione calabrese, del lavoro nero e del sommerso, è necessario attivare mix di politiche e strumenti per incidere sul fenomeno dell’economia sommersa e del lavoro non regolare. La Regione deve attivare congiuntamente politiche di genere e politiche di emersione che possono essere divise in tre gruppi: Le politiche per aumentare l'occupabilità; Le politiche tese a migliorare la quantità, le forme e le modalità di erogazione del lavoro;Le politiche tese a potenziare i servizi alla persona e alla famiglia. Per aumentare l'occupabilità nel “sistema Calabria”, occorre puntare su strumenti e interventi formativi, a partire dall'orientamento e dall'analisi delle competenze, e introdurre la pratica degli interventi formativi personalizzati. Occorre promuovere la concreta funzionalità dei nuovi Centri per l'Impiego, che devono essere messi nelle condizioni di diventare i motori propulsori e dinamici delle politiche per il lavoro. Tra le politiche formative, particolare rilevanza assume la formazione extrascolastica, che ricomprende anche le attività di riqualificazione professionale. In questo senso la Regione dovrà dare particolare sviluppo alle forme di apprendistato, ai tirocini formativi e alle cosiddette “work experience”. Ciò può favorire l’occupazione e lo sviluppo e può consentire di ridurre l’incidenza dell’economia non regolare soprattutto nel suo segmento femminile. In ogni caso per evitare ricadute negative sui lavoratori occorre che la Regione elabori delle misure compensative per evitare che strumenti di questo genere possano ledere i diritti dei lavoratori. Per quanto riguarda, infine, il terzo gruppo di interventi, quelli sui servizi alla persona e alla famiglia, non sono sufficienti interventi puntuali, ma occorre piuttosto una politica complessiva di tutti i servizi, non solo di quelli legati alla maternità (asili, asili nido, ecc.), ma anche di tutti quei servizi indirettamente utili ai lavoratori (trasporti, gestione degli orari degli uffici pubblici, come anche di quelli scolastici, servizi per gli anziani, ecc.), comprendendo anche i servizi privati (commercio, servizi privati alla persona, ecc.). Sono praticamente inutili le politiche dell'impiego indifferenziate, sia quelle basate su meccanismi di incentivazione che quelle basate unicamente sulla formazione. Servono piuttosto delle innovazioni di tipo istituzionale, contrattuale e formativo, congiunte a servizi alla persona di tipo innovativo. Se gli interventi precedentemente illustrati hanno un sicuro effetto sull’emersione, tuttavia non portano ad una soluzione radicale del problema. Possono combattere efficacemente il lavoro non regolare in alcuni settori, ma non sono da sole in grado di risolvere il problema strutturale della mancanza di lavoro. Il solo intervento che può portare ad una soluzione radicale del problema è lo sviluppo. Più in generale si rende assolutamente indispensabile una forte iniziativa sui temi del lavoro, nella consapevolezza che esso è al centro di un progetto alternativo di modello di sviluppo. Il tema del LAVORO assume una priorità assoluta per la politica del nuovo governo di centrosinistra della Regione Calabria, con l’obiettivo di ridurre nei primi 30 mesi di governo la disoccupazione sotto il tasso del 20 %, creando, quindi, decine di migliaia di nuovi posti di lavoro e costruendo uno strumento credibile ed efficace per dare voce e speranza al variegato mondo della precarietà e della disoccupazione calabrese. Ciò significa che va attuato un vero e proprio PIANO STRAORDINARIO PER IL LAVORO, mediante una politica di coordinamento e d’integrazione delle risorse finanziarie comunitarie, nazionali e regionali e mettendo in campo nuovi strumenti quali: la rimodulazione del POR Calabria per privilegiare il finanziamento dei progetti a più alto impatto occupazionale, introducendo lo strumento del V.I.O. (Valutazione di Impatto Occupazionale); l’introduzione del reddito sociale di cittadinanza; la stabilizzazione dei lavoratori precari LSU e LPU; l’assunzione di misure di sostegno ai giovani laureati; misure per incentivare le imprese ad allargare l’occupazione. PIU’ DIRITTI PER I CITTADINI Nel campo sociale e sanitario la Giunta Chiaravalloti ha prodotto clientele, crescite di sperperi, un enorme disavanzo coperto con aumento delle tasse per i cittadini e peggioramento dei servizi erogati, causando scontri di campanile e di potere all’interno della maggioranza di governo. Occorre garantire il diritto alla salute e il diritto all’istruzione per i calabresi che devono avere le stesse opportunità di cui godono tutti i cittadini di questo paese. Ribadiamo la nostra opposizione allo smantellamento del sistema sanitario pubblico, perseguito dal centro-destra e ci battiamo contro ogni forma di privatizzazione per assicurare alla sanità calabrese servizi moderni in tutto il territorio regionale. La politica sanitaria del centro-sinistra si deve porre l’obiettivo graduale di vincere la storica sfida che riguarda l’abbattimento del fenomeno dell’emigrazione sanitaria verso altre regioni. Un chiaro impegno del centrosinistra va indirizzato all’obiettivo di abolire tutti i ticket imposti dal centrodestra in questi anni. In Calabria si sta progressivamente passando da un modello basato sul principio della solidarietà, che ha garantito una organizzazione di servizi fondata sulla pari opportunità di accesso, sull’uguaglianza, sulla partecipazione di tutti i cittadini- in relazione alle proprie possibilità- al finanziamento del sistema, ad un modello basato sul principio della responsabilità personale. Una impostazione diametralmente opposta rispetto al passato, in cui oggi si affida alla persona la responsabilità della valutazione del proprio bisogno e, quindi, della scelta del sistema di protezione a cui rivolgersi. Le fasce della popolazione che maggiormente vivono in condizioni di disagio, conseguentemente, hanno minori possibilità di individuare l’intervento più adatto al proprio bisogno, e rimangono di fatto escluse dal godimento dei diritti, vedendosi in tal modo restringere le opportunità di partecipare alla organizzazione politica economica e sociale del paese. Noi pensiamo invece che alla radice delle politiche sociali debba esserci l’azione dell’istituzione pubblica, e principalmente della Regione, che deve essere orientata a facilitare il raggiungimento del benessere da parte dei cittadini. Un sistema che non scaturisca da un approccio paternalistico e clientelare, che abbia come punto di riferimento i bisogni della persona e che persegua l’obiettivo del benessere. In Calabria, il rilancio delle politiche sociali e il loro finanziamento dovrà avvenire a partire dalla verifica dello stato di attuazione della L.R. 23/03 e dalla conseguente eventuale emanazione dei decreti attuativi mancanti. La Regione deve approntare un piano straordinario per l’abbattimento delle barriere architettoniche, favorendo l’accesso dei disabili nel mondo del lavoro attraverso i controlli e la verifica dell’attuazione della legge regionale che stabilisce l’obbligo, per le imprese e gli enti, di assumere quote prestabilite di disabili. Occorre perseguire e attuare una concreta progettazione di percorsi formativi e di aggiornamento per il personale Regionale, degli Enti Locali e delle ASL, che avrà responsabilità di implementazione e gestione di “pezzi” del sistema integrato dei servizi sociali. Occorre impegnarsi per la reintroduzione del Reddito Minimo di Inserimento, corretto alla luce delle considerazioni emerse dalla valutazione realizzata sulla prima fase della sperimentazione. Nella Calabria che immaginiamo un ruolo chiave apparterrà ai soggetti del volontariato e della cooperazione sociale. Una “Regione solidale” si costruisce infatti a partire dalla valorizzazione e dal sostegno che le Istituzioni sono in grado di assicurare a favore delle centinaia di gruppi che, a volte tra mille difficoltà e ostacoli burocratici, progettano e realizzano interventi nel campo sociale e dell’assistenza. Va ribadita la netta opposizione allo smantellamento del sistema sanitario pubblico che i governi di centrodestra stanno perseguendo. La sanità calabrese deve assicurare servizi moderni in tutto il territorio regionale, dando al sistema la possibilità di vincere la storica sfida contro il fenomeno dell’emigrazione sanitaria verso altre regioni, di cui sono vittima un numero sempre crescente di pazienti calabresi. L’impostazione seguita dal centrodestra nel nuovo Piano Regionale per la Salute, dovrà essere completamente ribaltata. Le esigenze del malato calabrese, la valorizzazione dei centri sanitari calabresi e del personale che vi opera, un diverso rapporto tra la regione e le strutture del Privato sono le principali direttrici cui puntare. Il sistema sanitario è oggi elefantiaco e, per certi versi, inefficiente poiché il clientelismo del centrodestra, in assenza di un vero piano organico per la riqualificazione delle strutture esistenti, ha comportato un impressionante aumento incontrollato della spesa. Occorre dunque moralizzare la politica sanitaria, combattendo sprechi, sperperi e parassitismi e restituendo centralità agli ammalati e ai loro diritti. Occorre ridare dignità e autonomia ai diversi soggetti incaricati di un servizio che è di fondamentale importanza per la vita dei calabresi. Fuori regione operano medici calabresi di grande valore. La regione deve immaginare un piano di collaborazione organica tra i migliori centri ospedalieri italiani e quelli regionali, in modo che le competenze e le eccellenze acquisite possano servire ad un avanzamento del sistema calabrese. La Regione deve investire per migliorare la funzionalità dei centri di cura, dotandoli delle apparecchiature che spesso purtroppo mancano, potenziando e qualificando la rete ospedaliera regionale e garantendo l’utilizzazione produttiva di tutte le risorse disponibili a partire da quelle dell’ex art. 20. Inoltre, occorre assicurare il diritto alla salute a partire dalla realizzazione effettiva, in ogni territorio della regione, di quattro posti letto ogni mille abitanti e bisogna lanciare un piano concreto della medicina preventiva, coinvolgendo i medici, le famiglie e le scuole. TRASPARENZA ED ETICA NELLA GESTIONE DEL POTERE L’impegno per la trasparenza e una nuova etica nella gestione della cosa pubblica deve essere posto a base del modo di governare delle forze del centro-sinistra. Per ridare fiducia ai Calabresi occorre voltare pagina e chiudere la pratica di governo del centrodestra calabrese, che ha fatto emergere gravi problemi anche di natura morale. Si è consentito a tutti di fare tutto nella corsa senza limiti alle poltrone, agli incarichi ed alle consulenze, come è stato rilevato persino alle Corte dei Conti. In Calabria si pone ormai una vera e propria questione morale e conseguentemente il centrosinistra è chiamato ad una profonda riforma della regione per impedire che possa ripetersi quanto avvenuto in questi anni. • LA CARTA VINCENTE: ENERGIA, AMBIENTE E CULTURA Occorre incentivare gli interventi per il recupero ambientale del territorio, che da “risorsa di nessuno”, da consumare, deve diventare “risorsa comune”, da valorizzare. Le politiche per l’ambiente devono comprendere sia azioni informative e formative, finalizzate a modificare in positivo la concezione, gli atteggiamenti ed i comportamenti dei cittadini rispetto al loro territorio, sia interventi di recupero e manutenzione ambientale. La Regione deve progettare piani e programmi per la concreta infrastrutturazione culturale e sociale del territorio attraverso la promozione ed il supporto di iniziative integrative o in alcuni casi sostitutive dell'insufficiente azione dello Stato. Un primo passo in questa direzione potrebbe essere quello di favorire la cooperazione, su progetti comuni, tra tutti i soggetti, istituzionali e non, che operano, a vari livelli e nei diversi ruoli, per lo sviluppo culturale e sociale dell'area (scuole, centri di formazione, associazioni culturali, compagnie teatrali, centri sociali, associazioni di volontariato, comunità religiose, etc.). Questi interventi devono essere finalizzati sia alla valorizzazione del patrimonio culturale esistente (culture e tradizioni locali, beni archeologici e artistici, patrimonio bibliotecario di singole organizzazioni) che alla promozione di centri di aggregazione sociale e promozione culturale (avvio di nuovi centri di animazione e assistenza sociale e potenziamento di quelli esistenti, interventi nelle scuole, momenti pubblici di incontro e confronto su problemi rilevanti per lo sviluppo culturale dell'area, promozione di iniziative culturali-ricreative). Il territorio deve sentirsi realmente protagonista, potendo contare sulla capacità d’ascolto della Regione e sulla possibilità di una concreta concertazione sulle linee di sviluppo. Da sempre sensibili alla salvaguardia ambientale, nel ribadire no all’uso di fonti nucleari per la produzione d’energia, rimangono vigili per l’effettiva attuazione della legge che rende denuclearizzata la Calabria e impedisce che sul suolo regionale vengano costruiti depositi di scorie radioattive. E’ poi necessario dire un no deciso alle ipotesi di localizzazione di nuove centrali a metano nel territorio calabrese. Queste centrali in primo luogo hanno un impatto ambientale elevato e danno un contributo occupazionale molto basso. In secondo luogo già oggi la Calabria esporta energia e se investimenti in questo settore devono essere fatti, questi non possono che riguardare la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico, biomasse, solare, idrico, idrogeno, ecc.). Invece, in questo modo continueremo ad esportare non solo energia elettrica ma anche il metano che in esse verrà bruciato (con le conseguenze di ulteriore perdita di risorse energetiche dato il basso rendimento del termoelettrico), innalzeremo i livelli di produzione di anidride carbonica presenti nell’atmosfera andando a incidere sui livelli previsti dal trattato di KYOTO, che per la nostra regione fortunatamente sono enormemente bassi. Bisogna poi porre notevole attenzione alla grande disponibilità di gas naturale nel nostro sottosuolo già in estrazione o in via di attivazione, cercando di assicurare un corretto uso delle royalty e delle stesse risorse. Discorso a parte merita l’impiego degli RSU e degli altri rifiuti per la creazione di biomasse, evitando l’uso indiscriminato di discariche, favorendo l’impiego di tali risorse anche per la produzione di energia e gas naturale. In materia ambientale occorre superare la gestione del Commissario straordinario, ridando funzioni e centralità agli organismi regionali preposti e agli Enti locali. Bisogna ridare autonomia ai territori e nello stesso tempo vigilare affinché la regione, per interessi affaristici, non diventi con la compiacenza del governo nazionale la discarica dei rifiuti di altri parti d’Italia e del mondo. Ripetiamo a questo proposito l’appello più volte rivolto alle Istituzioni per prevenire e colpire i reati delle cosiddette “Ecomafie”. Occorre scongiurare il rischio che tali attività illecite, proprio perché legate ai notevoli interessi economici che nascono nel settore dei rifiuti, uno tra i più vasti ed estesi nel tempo, impediscano il normale funzionamento di un sistema da cui dipende la salute e la qualità della vita dei calabresi. Occorre un nuovo piano per la gestione dei rifiuti. Tale strumento si rende necessario per risolvere i conflitti gravi esplosi in tutta la regione a seguito delle scelte verticistiche e spesso irragionevoli che l’Ufficio del commissario per l’Emergenza Ambientale ha voluto imporre al territorio, alle popolazioni e alle istituzioni locali. In tal senso, in attesa della definizione di un nuovo piano dei rifiuti in Calabria, si impone la moratoria della costruzione degli impianti su cui esiste una forte opposizione delle popolazioni. In particolare va sospeso il raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro e la costruzione dell’impianto di selezione dei rifiuti di Pettogallico. La tragedia di Soverato ha dimostrato quanto sia pericoloso l’uso dissennato e sconsiderato del territorio. Tuttavia, a distanza di anni da questo dramma non si sono riscontrate da parte del Governo nazionale e della Regione scelte politiche adeguate per prevenire efficacemente il rischio idrogeologico che purtroppo pesa sul capo dei calabresi come tante spade di Damocle. Frane, aree disboscate, fiumare non irreggimentante sono fonti di potenziali disastri. La situazione si è poi aggravata con il condono edilizio varato dal governo di centrodestra che non solo ha premiato i furbi coloro che hanno deturpato il territorio ma ha anche posto le basi per ulteriori scempi e ulteriori abusi che non fanno che aggravare una situazione dall’equilibrio già precario. La Regione deve programmare un piano straordinario che indirizzi le risorse verso il concreto intervento strutturale nelle zone a rischio. Occorre potenziare il settore della Protezione civile, dotando le tante associazioni locali dei mezzi e delle strutture moderne che necessitano con particolare preminenza in una regione ad alto rischio sismico. • UN NUOVO RUOLO PER LE UNIVERSITÀ CALABRESI Il sistema della ricerca e dell’alta formazione calabrese presenta ormai livelli di eccellenza di valore nazionale ed internazionale. In Calabria, però, manca ancora una "rivoluzione politica”, capace di fare considerare la scienza e la cultura alla stregua di nuove forme di energia per lo sviluppo regionale. Al centro dell’auspicabile cambiamento bisogna porre i tre poli universitari calabresi, a Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, che in maniera stabile stanno ormai alimentando un’offerta formativa differenziata ed in costante evoluzione, con l’attivazione di nuovi corsi di diploma e di corsi decentrati, per una popolazione studentesca che raggiunge ormai le 30.000 unità. Le tre Università calabresi, oltre a essere di supporto quali luogo di creazione della tecnologia e dell'innovazione, devono anche essere messe nelle condizioni di determinarsi come elemento territoriale dello sviluppo regionale. Se messa nelle condizioni di interfacciarsi rispetto ai bisogni reali del territorio, l’Università può concretamente diventare alla stregua di altre risorse produttive un volano di sviluppo. Questo è il ruolo più importante che le università possono avere in un’area in ritardo come è ancora la Calabria. L’Università deve generare competenze, cultura industriale, reti formali e informali, relazioni extramercato e processi di apprendimento collettivo. Una delle condizioni di forza strutturali della Calabria può essere individuata nel sistema universitario dove si produce l’80% circa della ricerca pubblica e privata regionale. I centri culturali calabresi devono essere inseriti in una rete regionale che, in un rapporto stabile e virtuoso con le altre istituzioni politiche, valorizzi le funzioni di Ricerca e Applicazione, Formazione e Sviluppo. Le Università calabresi, inoltre, devono essere supportate nel loro fondamentale compito di integrazione tra il territorio regionale e le realtà europee e, in particolare, del Mediterraneo. Occorre pervenire alla storica determinazione di introdurre nel documento finanziario della Regione una voce apposita da destinare annualmente al settore, e prevedere il maggiore coinvolgimento degli Atenei nella programmazione e attuazione delle risorse del Por-Calabria. Proponiamo, in tal senso, l’istituzione di stabili organismi istituzionali come la Conferenza Regione-Università e la Consulta delle Università che dovranno svolgere una funzione di programmazione puntuale. La Regione, rispettosa dell’autonomia del mondo accademico, deve concertare assieme alle Università una serie d’interventi che accrescano e valorizzino il loro ruolo di “Guida dei territori”. Le Università, inoltre, devono diventare la vera cartina di tornasole delle mille opportunità che avvantaggiano la Regione, ed essere supportate nella loro capacità di relazionarsi con le istituzioni italiane ed europee. • COSTRUIRE UNA NUOVA REGIONE A oltre 34 anni dall’avvio dell’Istituzione regionale, si avverte il bisogno di promuovere un concreto ed effettivo processo di riforma strutturale della Regione. E’ un’esigenza imposta dalle novità costituzionali, legislative e funzionali ormai maturate, a partire dalla riforma del titolo V della Costituzione, ed è una necessità avvertita profondamente dal corpo sociale calabrese. E’ un obiettivo irrinunciabile per una coalizione che si batte per costruire una Regione moderna, sviluppata ed efficiente, vicina ai bisogni dei cittadini e capace di programmare un futuro prospero per la comunità calabrese. Il centrodestra è stata una delusione per i calabresi, perché ha sprecato i suoi anni di governo, infliggendo danni e guasti pesantissimi alla Calabria. Al centrosinistra spetta oggi prendere in mano la bandiera del nuovo regionalismo calabrese, per rinnovare la macchina burocratica ed organizzativa, per restituire dignità e prestigio alla regione, per promuovere crescita economica, sviluppo e occupazione e per inaugurare la stagione della democrazia, dei diritti, della solidarietà e della giustizia sociale. La costruzione della nuova Calabria rappresenta un cimento davvero arduo, ma solo da qui potrà passare il treno del futuro e del progresso per una regione che aspira a non essere più fanalino di coda e terra di primati negativi, e che invece, avendone le risorse, punta a diventare una regione moderna ed europea al pari delle altre. Un duro e difficile lavoro attende tutto il centrosinistra per ridare fiducia e speranza ai calabresi che le cose possono cambiare e per dimostrare nei fatti che la stagione del cambiamento è alla nostra portata. • LA DEVOLUZIONE CONTRO IL SUD E LA CALABRIA La Lega porta all’incasso la cambiale del suo appoggio elettorale e saranno i cittadini del Mezzogiorno a pagare il conto più salato. Il progetto di Bossi sulla devoluzione punta ad affossare definitivamente le residue possibilità di ripresa e di sviluppo delle regioni meridionali poiché i costi sociali che si annunciano saranno drammatici. Un’ennesima mannaia antimeridionale è infatti costituita dagli effetti del federalismo fiscale, che per Bossi e Tremonti significa spendere le risorse derivanti dal prelievo fiscale là dove si forma la base impositiva, che si coniugano con la devoluzione alle Regioni delle competenze esclusive in materia di sanità. In altre parole, nel preoccupante disegno del centrodestra chi ha buoni servizi ha la possibilità di mantenerli, elevando la loro qualità; chi ha a disposizione sistemi sanitari di minore efficienza, o del tutto scadenti, non riuscirà nemmeno a mantenere gli attuali livelli qualitativi e quantitativi. Infatti, base impositiva significa reddito prodotto e la Calabria, tanto per cambiare, è all’ultimo posto della graduatoria delle regioni e le risorse disponibili saranno calcolate sul prelievo che potrà operare. In tal modo, i diritti dei cittadini della Calabria e delle altre Regioni meridionali, già protagonisti di dolorose emigrazioni sanitarie, saranno totalmente cancellati e sarà completamente vanificato il diritto costituzionale alla salute. Al di là dei livelli qualitativi strutturali della scuola pubblica nel Mezzogiorno, preoccupa la deriva di un sistema nazionale che, in futuro, avendo devoluto integralmente alle Regioni l’organizzazione scolastica, potrebbe contemplare per le Regione la possibilità di prescrivere che gli insegnanti debbono risiedere nel proprio territorio, togliendo in tal modo un ambito lavorativo su cui a giusta ragione puntano tanti giovani disoccupati intellettuali del Sud. Incombe, inoltre, il preoccupante rischio che, di fronte allo strapotere della mafia nelle nostre Regioni, lo Stato risponda che questo è un problema che tocca alla polizia regionale affrontare. È del tutto evidente quindi che, se prevarrà definitivamente questa scellerata politica istituzionale del centro destra, la questione meridionale, e con essa la “Questione Calabria”, assumerà in futuro caratteri oggettivamente ancora più drammatici, con maggiore incertezza soprattutto per le nuove generazioni. Continuiamo a considerare l’Unità nazionale e Antifascista tra i valori fondanti e, pertanto, ci battiamo contro il disegno di devoluzione. A difesa delle ragioni di un Mezzogiorno consapevole delle proprie risorse e desideroso di non vedere frustrate le possibilità di un reale sviluppo, il centrosinistra invita alla riflessione e prosegue la sua mobilitazione politica accanto ai lavoratori, ai disoccupati e ai giovani, per contrastare ciò che si profila come un vero e proprio attentato all’unità ed alla solidarietà nazionale. • UN NUOVO MERIDIONALISMO PER RILANCIARE IL MEZZOGIORNO Questo governo continua a non avere una politica per il Sud, attardandosi nella riproposizione della vecchia filosofia in base alla quale “il Sud è un problema”. Nel centrodestra ha vinto la linea leghista che, in nome della tutela degli interessi imprenditoriali e dei potentati economici del Nord, impone di non considerare il Mezzogiorno una grande opportunità per l’intero paese. Le leggi finanziarie nella stagione del centrodestra rappresentano un gravissimo attacco agli interessi del Mezzogiorno, penalizzano pesantemente il Sud, favoriscono le imprese del Nord e, soprattutto, colpiscono al cuore le speranze di riscatto e di progresso di una terra che rischia la definitiva marginalizzazione dai processi di crescita e di sviluppo. Le cifre parlano chiaro e dimostrano come in questi anni le risorse e gli investimenti destinati al Mezzogiorno sono progressivamente diminuiti, mentre i principali strumenti di sostegno allo sviluppo e all’occupazione sono stati cancellati. Dal susseguirsi dei quattro documenti economici licenziati dal Governo, emerge in tutta evidenza la progressiva insensibilità, l’inadeguatezza e la grandissima lontananza di questo governo dai problemi del Mezzogiorno: - vengono rivisti e dimezzati tutti gli incentivi destinati alle imprese delle zone depresse; - il rifinanziamento della 488 è ridotto a cifre assolutamente insufficienti; - il reddito minimo d’inserimento è stato cancellato, eliminando un sussidio di sopravvivenza che il centrosinistra aveva garantito a migliaia di cittadini del mezzogiorno; - il credito d’imposta è stato depotenziato, così come sono state sterilizzate le altre incentivazioni e misure che il centrosinistra aveva introdotto per il sud (prestito d’onore, patti territoriali, programmazione negoziata, ecc.); - le risorse per le infrastrutture che servono alla Calabria sono del tutto inesistenti e sono concrete solo quelle che aveva stanziato il centrosinistra, anche se continua a battere la grancassa sul ponte della cui inutilità ha parlato pure il Presidente degli industriali calabresi, Filippo Callipo. Il centrodestra ha imposto al Paese una netta deriva antimeridionalista, proprio in una fase di grande difficoltà dell’economia italiana ed internazionale che rischia di far pagare al Sud il prezzo più alto in termini di crescita e di posti di lavoro. Ciò significa che il grave deficit infrastrutturale e di sviluppo del Mezzogiorno rispetto al resto del paese è destinato ad aumentare, allargando di fatto il divario tra il nord e il sud del paese. Le politiche per il Sud, di fatto, sono state affidate da Berlusconi esclusivamente all’intervento dell’Unione Europea, dimenticando clamorosamente che le risorse europee sono importanti ma solo se sono aggiuntive rispetto a quelle ordinarie che, invece, sono state drasticamente ridotte. Oggi nel Mezzogiorno il tasso di sviluppo è del 60 % rispetto a quello del Centro-Nord. Dal 2002 è aumentato il divario in termini di occupazione, reddito, infrastrutture e servizi, nei confronti delle regioni più forti del paese, quando invece lo sviluppo del Sud converrebbe al Nord e alla stessa Europa. Tutto ciò contraddice clamorosamente il forte monito che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha lanciato per chiedere una politica indirizzata a stimolare nuovi investimenti ed a creare nuovi posti di lavoro nel sud. Per il Sud non ci si può affidare solo alla spontaneità del mercato. Occorre la mano visibile dello Stato, occorre riproporre l'intervento nazionale per costruire un nuovo modello di sviluppo del Sud, tale da valorizzare le risorse umane e materiali, abbandonando la politica delle grandi opere che come il Ponte sullo Stretto non creano sviluppo e occupazione, devastano l’ambiente e il territorio. In questo quadro bisogna affrontare la crisi del sistema bancario, che al Sud diventa una diseconomia ambientale, così come gli altri problemi che lo affliggono, compreso quello rappresentato da mafia, ‘ndrangheta e camorra, che, secondo alcune recenti indagini statistiche, determinano la perdita di ben 200.000 posti di lavoro. A oltre dieci anni dalla fine dell'intervento straordinario il Sud rimane al palo e rischia di continuare a pagare il prezzo di una politica economica asservita agli interessi della Confindustria che lo vuole in una condizione assolutamente marginale. Se il Mezzogiorno rappresentava un banco di prova per il governo Berlusconi, allora si può affermare che non potrebbe essere più pesante e clamoroso il fallimento politico del centrodestra che ha rimesso nel cassetto le illusioni e le facili promesse elettorali con cui ha ingannato gli elettori meridionali e calabresi, portando avanti una politica che penalizza il Sud e cancella anche la speranza del futuro. Per questo bisogna battersi per una nuova politica economica e sociale, ricostruendo un nuovo meridionalismo democratico e rilanciando l’opposizione popolare contro un governo profondamente antimeridionalista che ha inflitto un colpo durissimo al mezzogiorno e alle speranze dei disoccupati. • UNA REGIONE CHE SI APRE ALLA SOCIETÀ Assume fondamentale importanza il ruolo svolto dalla Chiesa Cattolica nella nostra regione per stimolare la crescita della coscienza civile e per richiamare alla necessità di affrontare e risolvere i mali storici di cui soffre questa terra. A tal proposito, occorre ricordare le continue e sempre puntuali prese di posizione e i richiami della Conferenza Episcopale Calabrese che, purtroppo, troppo spesso vengono lasciati cadere nel vuoto da una politica regionale che si dimostra ancora insufficiente e inadeguata. Va riconosciuto un ruolo centrale nella regione ai sindacati, che organizzano centinaia di migliaia di calabresi e rappresentano un sicuro punto di riferimento per le battaglie di rinnovamento della Calabria e per la tutela dei diritti dei lavoratori. Inoltre, va considerato fondamentale il contributo del mondo dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione, migliaia di soggetti che, attraverso azioni e iniziative concrete quotidiane, favoriscono la crescita economica e civile della regione, consentendo a tanti calabresi di affrontare con più sollievo i drammi di una condizione sociale talvolta insopportabile. Questi ed altri soggetti ed espressioni della società calabrese, pur nella loro differenza e distinzione, costituiscono una grande ricchezza di cui disponiamo e a cui occorre attingere per promuovere un forte ricambio delle classi dirigenti regionali che diventa ormai un’esigenza assolutamente prioritaria. |
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