Massimo Franchi visto da Francesco Farachi
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Massimo Franchi visto da Francesco Farachi



Strade, macchine e invisibili uomini.
Immagini e percorsi della metropoli sono i soggetti della più recente produzione dell’artista romano Massimo Franchi, ultimamente presentata nelle esposizioni presso la “NeoArt Gallery” di Roma e la “Galleria Antonio Battaglia” di Milano.
Nei due cicli pittorici “Street Lights” e “Traiettorie”, il fenomeno e ambito antropico della città è scomposto ed osservato nei due emblemi dell’automobile e del nastro d’asfalto. L’una e l’altro vengono catturati, infatti, ripresi e denominati segni del mondo, figurazioni di realtà, paradigmi di relazione. Macchine e strade in qualche misura decontestualizzate, cristallizzate in un dove ed un quando non individuati, difficilmente individualizzabili. Ci si potrebbe trovare, infatti, in un qualsiasi sobborgo o centro cittadino, su una tangenziale o su un’autostrada, a Roma, Chicago, Johannersburg o Teheran, all’interno di una contemporaneità globalizzata, aspecifica, standardizzata. Questa ordinarietà denuncia l’assuefazione visiva, proclama l’abitudine in cui l’uomo moderno si ritrova e si smarrisce, grida alla coscienza anestetizzata dalla routine, e fa da ordito sia al fluire del moto come alla stasi momentanea, improbabile ed inverosimile, della meccanica.
Anche per questo, al primo sguardo i quadri di Franchi sembrano evocare la posa fotografica, la piattezza convenzionale di stampo iperrealista. È un’impressione fugace, che però serve da base narrativa, punto di avvio di un tratto pittorico fatto principalmente di luci ed ombre e scie di movimento, la cui nettezza sola prevale sull’evanescenza di un’atmosfera vitrea, da palude urbana. Il colore non domina questo ambiente cittadino, si perde soffocato e contratto, mentre luce ed oscurità si stagliano tiranniche ad impossessarsi delle sagome e dei profili materiali, soffondono i brevi panorami di auree plumbee, verdognole, itteriche, artificiali, ipnotiche. Anche la pastosità dell’olio disteso sulla tela assume consistenze da amalgama metallico, mercuriale, si illumina di un bagliore intenso e repentino, per precipitare perentoria nella livida opacità di un’ombra o di uno sfondo neutro.
Attraverso questa lente dunque l’occhio dell’artista mette a fuoco i suoi soggetti, è un’oggettività apparente, terrea e distante, di una realtà surrogata. Eppure tutto questo non stride ai nostri sensi, anzi ci appare consueto e rassicurante, è la rappresentazione fedele del nostro mondo, con sussiego ravvisiamo i contrassegni della nostra quotidianità. Così come ci sono familiari i soggetti, cioè le strade, le automobili, le luci ed i barbagli elettrici. Le macchine non appaiono più oggetti materiali, non sono più “cose”, ma assumono personalità, movenze, espressioni, mutano in silhouettes sfocate, indistinte eppure riconoscibili come visi di sconosciuti nella folla, si fanno metafora di momenti, relazioni, alienazioni fra gli esseri umani. Il primo piano di una calandra cromata, o l’ingorgo ad uno svincolo, il fluire del traffico lungo uno scorrimento veloce, le scie dei fari nell’umida cupezza della notte, sono il traslato di un’umanità non più umana, ma urbana. Così come le rappresentazioni di strade deserte, di incroci assolati e desolati, di corsie e preferenziali, tracciano itinerari non fisici, ma tragitti possibili di incontri e di comunicazione, sono scenografie per l’uomo contemporaneo, per i suoi dubbi e le sue certezze, per le scelte di direzione, per i percorsi obbligati, per gli arresti e le fermate, per le accelerazioni e gli slanci, per le incognite del viaggio, sono scenari per la vita.
L’espressione di questo mondo è tutto in un’assenza, o meglio, in un’allusione. Non c’è un solo essere umano in questa visione di città. E non è solo il luogo spopolato di un quadrivio, o la meridiana immobilità di un parcheggio. Pure nelle lunghe code, nei sorpassi sovrapposti, agli incroci stipati di lamiere, la presenza anche solo del guidatore sembra un preconcetto. Le auto sono involucri ermetici, sigillati ed impenetrabili persino alla luce, che rimbalza di riverberi sulle carrozzerie, sui cristalli a specchio, sui finestrini chiusi. Nel buio, gli abitacoli sono antri di oscuramento, che occultano e proteggono e smentiscono l’esistenza di qualcuno all’interno. Sembra il contrappunto a quei racconti di Calvino, in cui nel traffico e nei traffici dei rapporti fra gli esseri che abitano la città, l’automobile è un universo impermeabile che contiene ed ostacola il dispiegarsi dei legami fra le persone, veicolo di un movimento che gira su se stesso e che si confonde nell’intricarsi di tutti gli altri movimenti, simili o contrari, comunque individuali, soli. Mentre con Calvino siamo all’interno delle vetture, nell’intimità di ogni universo racchiuso, con Franchi osserviamo l’altro lato della prospettiva, quello esterno, vediamo i singoli molteplici mondi umani che, ignorandosi gli uni con gli altri, intersecano i propri percorsi e danno corpo a quel magma di ordinato caos che incessantemente scorre nelle vie.
Eppure, dicevamo, la latitanza dell’uomo non è assenza, ma solo assioma di esistenza, è un “esserci” dato per scontato. Quello di Franchi è un uomo invisibile, demiurgo ed artefice di questo cosmo fatto di acciai polimerizzazioni bitume e catarifrangenti, dietro le cui scintillanti cortine governa e viene governato. È un uomo non solo presente negli abitacoli, ma che fa nel veicolo la propria rappresentazione, se non addirittura la propria identificazione. L’uomo che lancia la macchina oltre la materialità, che infine le fa superare anche la stessa dimensione concettuale e significativa, l’essere simbolo di status e di condizione. La fa diventare un costume, una muta subacquea, una tuta astronautica, una sovrapposizione che sempre più intimamente si lega con l’essere che contiene, ne assicura la sopravvivenza, ne qualifica l’essenza.
E uomo invisibile è anche l’osservatore, totalmente immerso nella medesima atmosfera ed ambientazione. La veduta è sempre da un punto privilegiato, sia che si tratti dell’inquadratura dall’alto, sia che si prenda dal piano strada; la visione è parte del soggetto ritratto. Perché pare proprio di essere su un elicottero della stradale, che a volo esamina il lombricare di segmenti autostradali, o il convolversi di rampe e bretelle; oppure sembra di osservare i monitor che rimandano le immagini delle telecamere fisse ai caselli o nelle aree di servizio; sembra di stare sul cavalcavia che attraversa uno svincolo, o fermi su una piazzola di sosta, o proprio in auto, in coda, a fissare la fanaleria del veicolo che precede. È un guardare, un traguardare, che scavalca l’impressione retinica, si districa dalla semplice scontata immedesimazione dell’esperienza ordinaria; è invece propriamente uno stare lì sul posto, dove chi osserva non è mero spettatore ma parte in scena, è elemento della narrazione intento a scrutare il rivelarsi di un evento, quale che sia. È la sospensione, l’attesa di qualcosa o di qualcuno, il thrilling della normalità apparente, tinta di vacuità nell’imminenza del colpo di scena, arrochita dal fumo di sigaretta dell’appostamento, immersa nello smog soporifero del pedinamento. È l’enigma ed il mistero di questa circolazione verso mete sconosciute e private, ognuno la propria per il proprio scopo. È la circospezione degli itinerari verso un futuro in cui accadrà tutto o niente, in cui ogni uomo di questa epoca e di questa civiltà proietta la propria “macchinina/esistenza” a immaginarsi di guidare, di condurre, di controllare la marcia della vita.
(francesco farachi)
 
estratto da "Images" Art & Life - rivista diretta da Nicola Dimitri




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