Il potere è stato oggetto di numerose teorie che a volte hanno trovato punti d’incontro, ma spesso anche di disaccordo.In termini tecnico-giuridici il potere viene individuato come la capacità, la facoltà ovvero l'autorità di agire, esercitata per fini personali o collettivi[1].In differenti accezioni il potere sarebbe considerato sostanzialmente la capacità di influenzare i comportamenti di gruppi umani.In diritto, il termine potere designa una possibilità spettante ad un soggetto di produrre determinati effetti giuridici. La fonte del potere può essere la legge o la volontà del titolare di un diritto.Quando il potere viene conferito nell'interesse altrui dalla legge o dalla volontà dei privati prende il nome di ufficio. In questo l'esercizio del potere costituisce al tempo stesso l'adempimento di un obbligo, ragion per cui in dottrina si usa riferirsi a questi poteri con il termine di poteri-doveri. Quando invece viene concesso ad un soggetto il potere di modificare la sfera giuridica altrui nel suo interesse, il potere prende il nome di diritto potestativo[2].Oggi la teoria più accettata è quella di definire il potere come una relazione tra individui e non come un bene materiale[3].Ciò porta a definire il potere come la capacità di ottenere obbedienza. Secondo la classica definizione sociologica di Max Weber che intendeva il potere come forza: «Il potere è la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione». In politica il potere pubblico è definito da Raymond Aron: «La consegna ad uno o ad alcuni della capacità (riconosciuta legittima) di stabilire regole per tutti, di imporre a tutti il rispetto di queste regole o in conclusione di prendere decisioni obbligatorie, in fatto o in diritto, per tutti»[4].Un'ulteriore distinzione del potere viene fatta tra il potere inteso come forza o potenza ed il potere inteso come consenso. La forza è la capacità di far valere, anche di fronte a un’opposizione, la propria volontà; il consenso è l'abilità di trovare obbedienza da parte di determinati individui in cui vi è un minimo di volontà di ubbidire, cioè un interesse all’obbedienza. La seconda definizione è più vicina al punto di vista dell'antropologia di potere come autorità[5].
Max Weber teorizzò tre diversi tipi di legittimità[6].
- La prima è la legittimità tradizionale, che poggia sulla credenza quotidiana nel carattere sacro della tradizione valida da sempre come nell'Ancien Régime.
- La seconda è la legittimità carismatica, che poggia sulla dedizione al carattere sacro o alla forza eroica o al valore esemplare di una persona. Il leader ha una missione, e i governati si convincono che sia così.
- Infine c'è la legittimità legale-razionale che poggia sulla credenza nella legalità degli ordinamenti statuiti (per esempio la Costituzione), e sul diritto al comando di coloro che sono chiamati dal popolo a governare; è una legittimità moderna, democratica ed impersonale.
Il rapporto comando-obbedienza ha influenzato la vita sociale degli individui che è stata sempre basata principalmente su relazioni di potere. La formazione degli stati moderni e quindi l'affermazione del principio di democrazia, ha fatto credere che le relazioni comando-obbedienza e le violenze coercitive, tipiche degli stati autoritari, starebbero scomparendo. In realtà la violenza può essere delimitata ma non può scomparire, perché anche gli stati democratici devono far uso della forza coercitiva per mantenere l'ordine sociale e difendere i diritti e le libertà conquistate. Alla luce di questo, possiamo affermare che l'esercizio del potere ha un ruolo fondamentale nei rapporti tra le persone e tra queste e lo stato.Oltre a ciò Weber afferma che l'esercizio del potere politico necessita della legittimazione, di una struttura amministrativa e del "monopolio legittimo della forza".Secondo Carl Schmitt "Il potere è più forte di ogni volontà di potenza, più forte di ogni bontà umana e, fortunatamente, anche di ogni malvagità umana". Ma non per questo il potere deve essere inteso come qualcosa di sovraumano o divino, di "metafisicamente separato", come dicono i filosofi. Esso riguarda, infatti, esclusivamente il campo di relazione dell'uomo con l'uomo. Il potere non ha identità, ma produce identità, quel "riconoscimento" per ottenere il quale servo e padrone si affrontano nelle pagine hegeliane della "Fenomenologia dello spirito". Del resto, proprio per conseguire la garanzia dell'identità, l'uomo, in genere, è disposto a lottare, a soffrire e, assai spesso, a rimanere sconfitto.
[1] Il termine potere è tuttora oggetto di controversie dottrinarie soprattutto tese a distinguerlo dal potere con cui spesso è identificato. Secondo opinione prevalente il potere e la potestà vanno tenuti distinti, poiché, nel campo del diritto privato, il primo indica una facoltà giuridicamente capace in quanto tale, la seconda ha per contenuto una facoltà qualificata in un determinato ambito giuridico ed esercitatile nei confronti di soggetti legittimamente sottoposti. Conforti, Diritto internazionale, Napoli 2005.
[2] Il termine potere ha molteplici definizioni: auctoritas – influenza o credito; potestas – potere legale; imperium – potere militare; ius – diritto; potentia – potenza; vis – forza; facultas – facoltà. Dal punto di vista generale i diversi concetti di potere, intesi come concreta manifestazione della personalità giuridica, appartengono sia ai soggetti privati, sia allo stato, ed anche agli altri enti pubblici. Cassese, Diritto Internazionale, Bologna 2003.
[3] Secondo una parte della dottrina il potere va tenuto distinto dal diritto soggettivo in quanto il suo contenuto è molto più esteso. Secondo altri invece il potere si pone come contenuto stesso del diritto soggettivo. Comunque il potere partecipa ai caratteri della personalità giuridica; il loro esercizio in determinati casi può essere sottoposto a termini di decadenza ed è possibile delegarlo. Secondo la concezione relazionale il potere si può considerare come rapporto, relazione di influenza fra individui, cioè si può dire che A influenza B, nella misura in cui induce B a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto”. In sostanza tale concezione introduce il concetto di influenza. Treves, Diritto internazionale – Problemi fondamentali, Milano 2003.
[4] Secondo T. Hobbes il potere può essere diviso in strumentale e naturale. Il potere strumentale che viene acquistato per mezzo dei poteri naturali ovvero sono strumenti o beni, posseduti ed usati per ottenere vantaggi. Il potere naturale invece è l’eminenza di doti e facoltà personali, del corpo e dell’anima: la bellezza, la forza fisica, l’intelligenza, l’eloquenza.
Questa seconda definizione di potere, in quanto tratta di esercizio di qualità individuali, soggettive, mediante le quali si determina un potere rinvia ad una concezione soggettivistica la quale intende il potere come “facoltà” o “proprietà o qualità soggettiva”che si esercita per produrre risultati. Si tratta di un concetto proprio della scienza giuridica, cioè la capacità di compiere una determinata azione e produrre un mutamento, cioè degli effetti giuridici.
[5] Secondo H.Lasswell e A.Kaplan il potere, è visto ancora come relazione ossia “Il potere è un rapporto che si esprime nel fatto che la seconda persona viene influenzata, determinata nelle sue iniziative dalla prima”. Secondo B. Russell questo è “la capacità di realizzare effetti desiderati” Anche in questo autore prevale una concezione oggettivistica del potere: potere come insieme dei mezzi che si presuppongono posseduti ed utilizzati per il conseguimento di determinati risultati; potere come possesso ed uso di un mezzo di produzione di risultati.
[6] Secondo Weber “il potere MACHT, (potenza) designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad una opposizione, la propria volontà, quale sia la base di questa possibilità. Per potere si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”.
|