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BERGANTINO (RO): FRANCESCO GIORGINO PRESENTA IL SUO ULTIMO PAMPHLET
Gratta il giornalista, lo scrittore, il sociologo della comunicazione e troverai il cattolico d.o.c. Sì, è stato una piacevole conferma della statura morale e culturale del telegiornalista del TG1 Francesco Giorgino, l’happening di venerdì 25 maggio presso l’Auditorium Municipale di Bergantino, nel quale il popolare anchor man ha presentato la sua settima fatica letteraria: “Buoni propositi. I cattolici nella società postmoderna”, edito dal Messaggero di Padova. Un libro che è l’alter ego di mille incontri dagli ultimi due papi a San Pio da Pietralcina, da Mubarak oltre che l’eco dei sentieri di guerra e di terrorismo in tutto il mondo da Tel Aviv a Londra fino a Nassiriya e che racimola gli articoli pubblicati negli ultimi due anni sulla rivista “San Francesco Patrono d’Italia” a cura del Convento di Assisi. E’ stato il direttore responsabile del periodico “La Settimana”, don Bruno Cappato, ad introdurre l’illustre scrittore, ponendo l’accento sul modo sui generis di far comunicazione, una comunicazione di altro tipo, che non inganna né delude il destinatario, sulla pluralità dei temi affrontati nel testo, senza alcuna vis polemica, e sul mestiere di giornalista (“uno che porta nel presente la lettura del presente, cercando di sfrondare il relativismo”) ma con un quid pluris: la penna di Giorgino infatti intinge nella coscienza cattolica. Quest’ultimo a sua volta ha evidenziato come il titolo del libro risuoni provocatorio:” Ad un credente - ha affermato - non sono richiesti solo buoni propositi ma pure buone azioni, però in tempi di relativismo come questi fare dei buoni propositi significa dar vita a forme di partecipazione attiva alla comunità”. Quindi ha tracciato un exursus a 360 gradi sui rischi della postmodernità, per alcuni postumanità addirittura, quale categoria concettuale sociologica caratterizzata dal superamento appunto della modernità e che si associa agli effetti della rivoluzione industriale. “Nell’era postindustriale è il terziario e perfino il quaternario e il quinario ad affermarsi in modo sempre più evidente - ha affermato il giornalista -.Il superamento di una rigida stratificazione sociale e nuove forme di economia determinano anche un ripensamento dello stesso concetto di cultura. Le fonti prevalenti di trasmissione del sapere corrispondono alla possibilità di fruire di contenuti postmediatici”. Tra gli assiomi del determinismo tecnologico, dell’approccio sociologico, fra l’ecologia della memoria e la modernità liquida dei legami sociali, Giorgino ha delineato gli spazi della socialità nei quali si consumano le sfide della contemporaneità: giustizia, pace, libertà, diritti fondamentali, bullismo, famiglia, aborto cercando sempre con una mano tesa, un dialogo tra istanze opposte. Di fronte alla desocializzazione imperante anche la religione risulta essere la chiave di volta per il rilancio di un nuovo umanesimo quale punto di partenza e di arrivo della dignità della persona e la comunicazione, che si regge sul principio della conoscenza condivisa, può interfacciarsi con un rinnovato bisogno di fede, ormai globalizzato e “notiziabile”. Dal significato di laicità e di laicismo alla centralità della famiglia, dall’informazione religiosa alla società del rischio e della paura, dal multiculturalismo al ruolo della chiesa nel terzo millennio, sono emerse le convinzioni di un credente, che non si sottrae al confronto con il secolarismo, e che ha l’ambizione di collocare il dono della fede in tutte le manifestazioni della propria esistenza, ma con umiltà. Lo incalziamo, dunque. C’è ancora posto allora per i cattolici nella società postmoderna?
”Sì, in quanto si è preso atto dei grandi rischi che la postmodernità comporta. Ho riportato le questioni antropologiche in primo piano privilegiando la proposta di analisi etico-religiosa e anche l’approccio di tipo laico nell’ambito del dibattito sulla famiglia. Non riesco ad immaginare modernità e postmodernità che ruotano intorno ad un essere umano che pone tra parentesi Dio e la morale”.
Lei che insegna Teorie e Tecniche del Newsmaking alla Sapienza e presto Sociologia della Comunicazione all’Università Lateranense, ci dica giornalisti si nasce o si diventa?
“Giornalisti oggi si può diventare, in quanto oggi il giornalismo è cambiato, richiede si una predisposizione naturale ma pure una forte preparazione sotto il profilo tecnico e deontologico. Non basta nascere giornalisti, la formazione può supplire al deficit d’origine. Lo slogan per sintetizzare questo è che si è passati dal mestiere alle professioni del giornalismo, e uso il plurale per delineare un giornalismo che è fatto di linguaggi eterogenei”.
Lei ci ha insegnato un giornalismo composto, fatto di notizie mai gridate, questo è già un sinonimo di serietà, vero?
“Io sono così nella vita di tutti i giorni, trasferisco nella sfera televisiva ciò che sono nel privato.Sono per un giornalismo più sobrio, ma non insapore, inodore e che pur nella legittima rivendicazione di diritto e opinioni riesce a garantire il pluralismo, usando un timbro di comunicazione che sia capace di rendersi accessibile a tutti”.
Giornalismo oggi fa rima con idealismo?
“No. Il giornalismo è una funzione essenziale nel tessuto sociale, è un bisogno istintivo di informazione e pur declinandosi in forma articolata, continua a mantenere la funzione di ricerca della verità, che è il suo elemento fondante”.
Marilena Buganza
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